Intervista al direttore degli Uffizi Eike Schmidt

Il 26 ottobre, nella ex-chiesa di San Pier Scheraggio, abbiamo avuto il piacere di incontrare il direttore della Galleria degli Uffizi di Firenze Eike Schmidt, che ci ha rilasciato un’intervista ricca di tanti e interessanti spunti di riflessione.

Direttore Schmidt, il settore culturale, in particolare quello museale, ha risentito particolarmente della crisi dovuta al lockdown. Come crede che riuscirà a risollevarsi? Quanto ne ha risentito il museo degli Uffizi?

«Noi ne abbiamo risentito perché siamo stati chiusi per 3 mesi proprio durante la stagione di Pasqua e abbiamo perso 12 milioni di euro. Fortunatamente abbiamo lavorato bene negli anni passati, quindi fino ad ora abbiamo solo dovuto spostare alcuni progetti al prossimo anno. Sono messe molto peggio le arti dal vivo nel settore culturale piuttosto che il settore museale».

Recentemente ha parlato del progetto “Uffizi diffusi”. Può spiegarci in cosa consiste?

«Consiste nell’attivazione del territorio, portando opere d’arte dagli Uffizi, a lungo termine o temporaneamente, in genere in Toscana, vicino a Firenze, per decentrare la Galleria. Sarebbe difficile pensare a “Uffizi 2” perché significherebbe portare una porzione del museo in un altro luogo, creando gli stessi problemi già esistenti negli “Uffizi 1”. Per questo motivo la nostra strategia è il decentramento in tutta una serie di luoghi di cultura, in parte esistenti e in parte ancora da creare, per offrire cultura a tutti, anche a chi abita lontano da Firenze: non ha solo una funzione turistica, ma è un progetto rivolto anche ai cittadini. La maggior parte delle opere esposte sarebbero quelle migliaia che attualmente si trovano nei magazzini e che nessuno può vedere».

Sono scaturite molte polemiche dallo scatto della nota influencer Chiara Ferragni alla Galleria degli Uffizi. Poteva immaginare che questo gesto avrebbe destato così tanto scalpore e indignazione?

«Immaginavo che avrebbe destato discussione e scalpore, ma non così tanto. Non mi aspettavo che, con tutti i problemi del mondo e dell’Italia, per tre mesi in tutte le spiagge italiane si sarebbe parlato solo di questo fatto. Comunque per noi l’effetto è stato estremamente positivo, non solo perché il numero di visitatori è aumentato, ma anche perché sono venuti molti più giovani».

Dal suo punto di vista la Galleria degli Uffizi o altri musei avrebbero bisogno di figure professionali che attualmente mancano? Questo potrebbe essere utile anche a studenti che si apprestano a studiare Storia dell’Arte e a farne una professione. 

«Secondo me gli studi classici hanno grande valore, anche se, specialmente in Italia, ci vuole molto tempo affinché  una grande figura professionale venga poi richiesta a livello statale, inoltre c’è anche il valore intrinseco di studiare grandi discipline come la Storia dell’Arte, l’Archeologia, la Filologia classica o anche le Lingue moderne, Giurisprudenza ed Economia. Ci sono inoltre alcuni profili nuovi molto utili, come il social media manager oppure professioni in campo agronomo. Spesso le persone tendono a studiare per nuove professioni che, tuttavia, già quando si concludono gli studi, hanno già esaurito i posti disponibili: è molto importante capire il fabbisogno di una determinata disciplina nella società. Un’altra raccomandazione che mi sento di dare è quella di una prospettiva internazionale: niente vieta di andare per alcuni anni all’estero sia per studiare che per lavorare e poi vedere se anche in Italia si manifesta la necessità di persone che abbiano studiato quella determinata specialità».

Lei avrebbe dovuto lasciare il suo incarico di direttore degli Uffizi quest’anno, per un incarico molto importante a Vienna (direttore del Kunsthistorisches Museum), al quale ha rinunciato, come mai questa scelta?

«Perché non avevo ancora fatto tutto quello che volevo fare in questi primi quattro anni. I primi due anni a Firenze sono stati anni di scontro poiché molte persone erano contrarie alle innovazioni che ho portato, tuttavia, seppur chiamato da Vienna, io ho subito detto che avrei finito il lavoro che avevo iniziato a Firenze. Anche la squadra che abbiamo messo insieme e i colleghi mi hanno chiesto di rimanere per concludere i progetti che avevamo iniziato. Non è stata una decisione tanto semplice, ma anche personalmente mi sento molto legato a Firenze e non ho avuto alcun dubbio a rimanere».
 

Il direttore della Galleria degli Uffizi Eike Schmidt con Ludovica Straffi e Francesca Mediati.
 
Finalmente verrà realizzata la loggia disegnata da Isozaki, come nuova uscita degli Uffizi. È stato un progetto molto discusso che non ha trovato il favore di numerosi fiorentini e critici d’arte. Si legge invece che lei è stato sempre favorevole al progetto, ci può dire le sue considerazioni?

«Bisogna considerare che questa loggia non viene costruita nel mezzo di piazza della Signoria, luogo pieno di opere rinascimentali, in cui infatti sarebbe strano avere un’intrusione contemporanea, ma in un luogo non definito. In aggiunta è accanto all’ex Cinema Capitol, opera di architettura non rinascimentale ma degli anni ’50, e in quel luogo risponderebbe bene anche una grande opera di architettura moderna come la loggia Isozaki.

Ma vi è un’ altra ragione che mi rende ancora più sicuro di questa scelta, Isozaki ha vinto il concorso nel 1998 e le persone che non erano d’accordo dicevano che già dopo 20 anni sarebbe sembrato un progetto vecchio nonostante fosse arte contemporanea, ma ora, a distanza di 22 anni, sembra sempre molto contemporaneo».

Durante il periodo del lockdown abbiamo visto fiorire le pagine social della Galleria degli Uffizi, pensa che sia un modo per arrivare anche ai più giovani e avvalersi degli stessi, per dare più visibilità al museo e all’arte in generale o lo vede come un appoggio limitato a periodi di chiusura e restrizioni?

«Abbiamo continuato anche dopo il lockdown e continueremo anche in futuro. Ovviamente dipende da social a social, su Facebook per esempio si raggiungono i vostri nonni, mentre su Instagram e soprattutto Tiktok vi sono persone molto giovani che si sono appassionate all’Arte. Infatti tanti genitori ci hanno scritto che i propri figli che non volevano mai andare ai musei ora vogliono venire agli Uffizi».

Che sensazione pensa che possa provocare una visita alla Galleria degli Uffizi dopo gli spettrali mesi del lockdown in cui il museo è stato privo di visitatori?

«È sembrata quasi una liberazione per molte persone. Un fenomeno molto interessante è stato l’arrivo agli Uffizi di gente che per anni o decenni non aveva avuto occasione o voglia di venire. Infatti credo che occorra avere l’esperienza di rischiare di non vedere più un’ opera d’arte o un luogo per apprezzarne veramente l’importanza».

Per quanto riguarda la visitabilità o meno del Corridoio Vasariano, ci sono degli sviluppi o novità?

«Sì, infatti quest’anno, subito dopo il lockdown, è partito il bando per l’assegnazione dei lavori, che sta per concludersi. Si tratta di un processo amministrativo, per cui, indipendentemente da DPCM o ipotesi di lockdown nel prossimo futuro, possiamo dire con certezza che i lavori, che durano circa 18 mesi, nel 2022 saranno finiti. Questo progetto, che non è solo un restauro ma un adeguamento per l’accessibilità al Corridoio, include infatti la realizzazione di ascensori per persone con problemi deambulatori o anche solo per i passeggini. Inoltre, un’altra ragione fondamentale per cui si è reso necessario il restauro è il fatto che il Corridoio in passato non rispondeva alle norme della sicurezza antincendio, perciò con questi lavori tale rischio viene meno e tutto sarà in regola».

Nel periodo subito dopo il lockdown e in estate, in cui i turisti esteri scarseggiavano, i musei e i siti culturali a livello nazionale sono stati visitati principalmente da italiani e secondo alcuni c’è stata una vera e propria “riscoperta” del proprio patrimonio artistico. Qual è la sua opinione al riguardo?

«Penso anch’io che sia stata una vera riscoperta del patrimonio nazionale, così come di quello regionale e locale. Tra luglio e agosto abbiamo avuto una percentuale di visitatori composta da più dell’ 80% di italiani rispetto ad un 20% di stranieri, mentre solitamente ogni anno in quel periodo abbondavano francesi, tedeschi e inglesi. Adesso con gli ulteriori DPCM possiamo dire che il 90% dei visitatori siano italiani, ma dobbiamo ricordare che stiamo entrando in quella che ogni anno è la cosiddetta ‘stagione bassa’, in cui viene  comunque riscontrato un aumento percentuale di locali e regionali rispetto ai grandi numeri provenienti da altri paesi».
 
Intervista a cura di Francesco Ciandri, Francesca Mediati e Ludovica Straffi
 

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