Xenia: l’ospitalità dei Greci

Io ho un difetto… che potrebbe anche essere definito un pregio: mi innamoro di ideali appartenenti a un altro popolo, a un’altra tradizione, perfino a un’altra epoca. Il valore prescelto oggi è questo: la xenia, cioè l’ospitalità che i Greci riservavano allo straniero che bussava alla loro porta. Dalla prima volta che me l’hanno menzionata a lezione, la xenia mi ha sempre affascinato e, in qualche frangente, meravigliato. Perché un popolo così pieno di pregiudizi e astio verso i barbari, i balbettanti, aveva come uno dei fondamenti della sua cultura l’accoglienza? E come mai questa accoglienza era così importante da essere descritta, citata, o anche solo nominata in quasi ogni opera letteraria greca? Perché gli adoratori di Ares, i fieri soldati tanto dediti alla guerra da innalzarle templi, i generali e gli strateghi delle grandi battaglie come quella a Salamina o alle Termopili invocavano la punizione divina su chi non apriva la propria casa a uno xenos, un ospite-straniero?

Ho provato a chiarirmi le idee, e la prima risposta alle domande che mi sono posta è stata una nota caratteristica dei Greci: i nostri antichi amici, infatti, amavano viaggiare. Il mare dava loro libertà, saziava almeno in parte la loro sete di conoscenza e, soprattutto, elargiva grandi ricchezze. Se fossero esistiti solo l’acqua e una barca gli intraprendenti navigatori sarebbero stati contenti, ma esistevano anche altre cose… terre ignote, popolazioni sconosciute, lingue incomprensibili. La prima nave ad aver mai solcato i mari nella tradizione greca è Argo, i primi marinai gli Argonauti, il primo timoniere Tifi. Come scriveva Apollonio Rodio (e, in tempi più recenti, la bravissima Andrea Marcolongo ne La misura eroica), l’accoglienza che questi pionieri ricevettero in Colchide non fu delle migliori: ogni prova a cui furono sottoposti li avrebbe dovuti uccidere, e solo l’amore e la magia di Medea fu in grado di salvarli. Anticipando di secoli la regola aurea (fa’ agli altri ciò che vorresti fosse fatto a te), i Greci hanno deciso con coraggio di non commettere mai gli sbagli del re Eeta: avidità, gelosia, chiusura. E, in un estremo atto di fiducia e ricordo, di spalancare sempre porta e cuore allo straniero. Nel caso che, come per Giasone e Medea, passasse l’amore.   

La xenia aleggia in tutta la letteratura greca: nell’Iliade, ovviamente nell’Odissea, nella Medea e nell’Alcesti, in chissà quante altre opere sconosciute che si sono tristemente perdute nel tempo. Purtroppo, insieme ai versi si è persa l’anafora di xenia (e di ogni altro valore) che presumibilmente essi trasportavano. Temo che senza questa voluta ripetizione ci si possa scordare, ci siamo scordati dell’importanza dell’apertura fraterna, dell’abbraccio fra popoli, dell’accoglienza indiscriminata. I nostri confini si chiudono, e noi non capiamo che possono facilmente trasformarsi nei cancelli dell’Oltretomba: sbarrati per sempre da una forza sovrannaturale a soffocare lentamente la cultura, le tradizioni, i costumi dell’immemore popolazione che vi è rinchiusa. Sempre più spesso, in tutto il mondo, nella lotta che si combatte intorno a quei cancelli sembrano vincere la diffidenza, la sfiducia, la paura, l’ignoranza, il menefreghismo, il voltarsi e fingere che vada tutto bene: sembrano essere diventate divinità celesti, queste spaventose realtà, e non più infernali, dèi da venerare con adorazione e non mostri da ricacciare nelle profondità del Tartaro. La cosa spaventosa è che, quando qualche vero dio (che si può chiamare fratellanza, rispetto, curiosità, mani aperte nel dare e non strette nel difendersi: tutti avatar dello stesso Brahaman, l’amore) si presenta umile all’uscio chiedendo di poter far passare dall’altra parte la corda che spezzerà il metallo dell’entrata chiusa, da dentro il diavolo dell’isolamento strepita il suo superbo rifiuto. Quel diavolo violento e orgoglioso, però, si è dimenticato di qualcos’altro: nel suo tenebroso regno, c’è ancora chi ha una buona memoria e si ricorda gli insegnamenti dei Greci. 

Straniero, non è mio costume – venga pur uno più malconcio di te –

trattar male gli ospiti: tutti da parte di Zeus

vengono gli ospiti e i poveri

Odissea, libro XIV, vv. 56-58, traduzione di Rosa Calzecchi Onesti

Redattrice e responsabile correttori bozze
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