Se la sinistra non si rinnova

Diffidiamo dalle apparenze. L’ultima consultazione elettorale non è stata vinta da nessuno, malgrado le reazioni entusiastiche sia da destra che da sinistra; quel che è certo è che i 5 stelle hanno subìto una sconfitta colossale, come ha molto giustamente affermato, senza peli sulla lingua, Alessandro Di Battista, rimarcando la sua secolare diffidenza nei confronti dell’alleanza con il Partito Democratico.

Il centrodestra non è riuscito a conquistare né la Toscana, storica roccaforte rossa, né la Puglia. Il centrosinistra, dal canto suo, ha perso una regione che governava da cinquant’anni, le Marche, ma si è tutto sommato mantenuto sulla linea di galleggiamento, evitando la disfatta totale.

Se, tuttavia, si dà un’occhiata al quadro generale dei territori italiani, a prescindere dai risultati delle elezioni del 20 e 21 settembre, i dati raccontano una storia diversa e anzi ben definita: quindici regioni su venti sono amministrate dalla destra; solo cinque anni fa, nel 2015, era esattamente l’opposto, con il PD che da solo guidava quattordici giunte. È dunque evidente che ci sia stato un capovolgimento della situazione, accentuato ancor di più, come già detto, dalla perdite delle Marche.

Non credo affatto che la maggioranza di governo sia uscita rafforzata dalle elezioni regionali: l’unica vera vittoria, diciamocelo onestamente, è stata non aver perso, sopravvivendo per un soffio e tirando un sospiro di sollievo. Ed è infatti a suon di sospiri di sollievo che la sinistra si sta trascinando affannosamente per le vie del consenso, non avendo una chiara direzione da seguire, non essendo in grado di comunicare i propri princìpi. Dove sono finite le sue istanze più tradizionali, come l’eguaglianza e la lotta di classe, o le più moderne, come lo sviluppo sostenibile? L’urgenza di questi temi si rispecchia solo in vaghe parole, figuriamoci nei fatti, dei politici che rappresentano, o dovrebbero rappresentare, la sinistra, relegata all’inettitudine più sconfinata nei partiti più grandi e all’impossibilità di influire di quelli più piccoli.

Quella che Luca Sofri, direttore del Post, ha molto lucidamente chiamato “strategia dell’opossum”, il fingersi morto in vista dei pericoli, è diventata indubbiamente la cifra identitaria del PD. Tendenza estesa inevitabilmente all’intero esecutivo di cui fa parte, frutto di un’alleanza zoppicante costruita sul nulla – e con il nulla, perché il Movimento 5 Stelle altro non è, a parte pochissime eccezioni, che un’accozzaglia di genti senza un’idea politica condivisa – salvo la retorica spicciola del “evitiamo che Salvini vada al governo”. Da quello che doveva essere un governo di discontinuità e di svolta rispetto alle derive nazional-sovraniste del precedente, si è de facto giunti a una maggioranza immobile, incapace di decidere e di agire sulle questioni più cogenti, terrorizzata dall’esprimere chiaramente la propria collocazione politica.

Il risultato non poteva che condurre a una stasi perenne dei partiti della coalizione. La stessa gestione della seconda ondata di coronavirus appare – ed è apparsa fin qui – distratta e maldestra. Mentre osservavamo a settembre il sensibile aumento di contagi nei paesi europei, noi eravamo convinti di aver agito bene e di stare al sicuro, mentre l’accorto virologo Andrea Crisanti già avvertiva del pericolo imminente. Se solo il governo gli avesse dato ascolto, se solo si fosse fidato del piano che Crisanti gli aveva consegnato ad agosto per contrastare la nuova ondata, saremmo adesso in una situazione diversa, senza dover imporre lockdown locali o addirittura tergiversare sulla chiusura o meno delle scuole. Appare quindi scontato che, nei prossimi tempi, assisteremo a un’impennata senza precedenti di nuovi casi, e l’eventualità di un nuovo confinamento, nonostante che il presidente Conte lo stia cercando di scongiurare a tutti i costi, diventa un’ipotesi sempre più credibile.

Viene spontaneo chiedersi, di conseguenza, quanto possa resistere un approccio di questo tipo, sotto ogni evidenza inadatto a contrastare la pandemia, e soprattutto, quando sarà passata (ci auguriamo il prima possibile!), a risollevare il paese dalle ceneri. La mancanza di un’idea, di una visione che possa rimarginare le ferite e proiettare l’Italia verso un futuro di sostenibilità, sviluppo digitale, eguaglianza e inclusione sociale, è in assoluto il dato più critico. E se non ci sarà un passo avanti, se l’inettitudine non si trasformerà in iniziativa, allora per la destra nazional-sovranista la strada sarà ancor più spianata; quando meno ce l’aspetteremo, una Giorgia Meloni o un Matteo Salvini saranno presidenti del consiglio, e potremo tranquillamente dire addio a qualsivoglia progetto di natura riformista e socialista.
La sinistra necessita di un rinnovamento strutturale: l’alternativa è la sua implosione.

Direttore del MichePost
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