Riepilogo sentimentale del giornalismo italiano

E’ introvabile. Solo una bancarella dell’usato me lo ha restituito dalle coltri di libri vecchi e dimenticati. Così Cronache terrestri – l’antologia di articoli giornalistici di Dino Buzzati – è entrato nella mia vita. A vederlo da qua, dal 2020, il libro sembra davvero appartenere a un’era geologica differente, un’era in cui il giornalismo su carta stampata, dalle immense tipografie, viaggiava in ogni casa d’Italia. Un mondo in cui il giornalismo poteva, e doveva, essere letteratura. Buzzati stesso non faceva distinzione tra il sé cronista e il sé scrittore, e li considerava entrambi aspetti dello stesso mestiere, quello del narratore. Non sembra esserci differenza tra una pagina di un racconto e una di un articolo. Tra le righe di ognuna si cela il medesimo mistero del quotidiano, inspiegabile tanto in un fatto di cronaca quanto in una storia di pura fantasia. Anche l’abituale resoconto dal fronte – Buzzati era imbarcato come corrispondente durante la Seconda guerra mondiale – diventa un’occasione per scoprire le cose del loro velo superficiale e andare a fondo di esse. È così che, ad esempio, la perdita di petrolio da parte di una nave non è più una semplice perdita, come ne capitano molte, ma è un momento di inquietudine, di terrore. La macchia nera che galleggia sull’acqua non è più solo una macchia: è un demone, un mostro trascinato dalla corrente. L’orrore di una guerra che i soldati semplici non si sanno spiegare si tramuta in pagine di letteratura horror.

Inoltre, quando Buzzati torna a Milano, alla fine del conflitto, trova un Corriere della sera nel pieno dello splendore, un quotidiano che può vantare le firme più importanti dell’epoca, come Pasolini, Moravia, Calvino. Me le immagino, le sale della redazione, sconfinate come quelle che si vedono in Tutti gli uomini del presidente o nel più recente Il caso Spotlight. Il ticchettio interminabile delle macchine da scrivere riempie ogni spazio. Tuttavia, racconta Buzzati, se si ascolta bene, si può distinguere “un battito minuto, discreto e regolare, quasi timido e impacciato al confronto del mitragliamento velocissimo degli stenografi”. È Eugenio Montale, forse sta scrivendo una recensione musicale. Il titolo dell’articolo in questione è emblematico: “Un poeta in ufficio”. Sembra un ossimoro. Il poeta è l’anti-impiegato per eccellenza. Eppure, Buzzati ci presenta un Montale silenzioso, diligente lavoratore, cui “gli ossequi […], il titolo di maestro danno maledettamente fastidio”. Non manca chi, e Buzzati lo sottolinea, dubita che “gli asfalti di Milano e gli uffici di un giornale […] siano l’ambiente ideale” per un poeta. Ma sarà l’uscita della raccolta Satura a smentire tali speculazioni, nonché il premio Nobel per la letteratura conferitogli nel 1975.

Quello che si ha davanti, dunque, è un giornale dove cronisti, scrittori e poeti si incrociano nel nome di un foglio bianco e di una macchina da scrivere. È sempre più difficile, oggi, ritrovare un ambiente simile in qualche grande redazione. Fu Michele Serra, del resto, quando lo intervistai due anni fa, a confessarmi amaramente che il mestiere di giornalista non è oggigiorno auspicabile, men che meno quello del giornalista di carta stampata. Con l’avvento di Internet, la notizia è diventata gratuita, e il rituale di comprare il quotidiano ogni mattina si è bruscamente interrotto. Le copie vendute dei maggiori giornali italiani, in circa sei anni, sono calate anche più del 50 %. Sta morendo una branca della letteratura, così come la concepiva Buzzati? Non voglio essere catastrofista, anche perché non sarebbe del tutto giustificato. Eppure, parallelamente al crollo delle vendite dei quotidiani, sul versante digitale e televisivo si assiste sempre più spesso alla diffusione di notizie “mordi e fuggi” ed esclusivamente ideologiche. Mi assale perciò un forte dubbio: chi si opporrà, oggi, a quest’informazione fuorviante? Certo, esistono delle interessanti realtà sul web, come il Post, Linkiesta, Open. Tuttavia, il loro effettivo impatto sul dibattito italiano non basta a contrastare quest’ondata di giornalismo che non si può nemmeno definire tale, né tantomeno considerare una faccia di quel complesso poliedro che è la letteratura. C’è un giornale, nato da poco, che col suo nome sembra rinviare costantemente la soluzione: Domani. Domani, domani…

E noi aspettiamo, come, alla Fortezza Bastiani, Giovanni Drogo.

Direttore del MichePost
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