Perché è necessario mettere in dubbio la democrazia

Fin da quando siamo piccoli e iniziamo a sviluppare una basilare consapevolezza del mondo che ci circonda, ci viene costantemente ribadita la straordinaria infallibilità del sistema politico occidentale. Veniamo sin da subito istruiti alle terribili nefandezze del suo opposto, la dittatura che priva la popolazione dei fondamentali diritti civili che per natura le appartengono. Ci vengono così raccontate le atrocità volute da Adolf Hitler o Iosif Stalin, le mediocrità del regime fascista di Benito Mussolini, i repellenti totalitarismi contemporanei che vedono in Xi Jinping e Vladimir Putin i loro maggiori esponenti.

Di fronte a queste entità, contraddistinte da una per noi ripugnante (a ragione) concezione del potere – ma che talvolta vede emergere qualche fiero nostalgico (per quelle passate) o convinto sostenitore (per quelle presenti) anche nel nostro panorama politico e sociale – non resta che affrancarsene e difendere con tenacia i nostri giusti ideali. Appena percepiamo che la democrazia viene minacciata dalle ambiziose intenzioni dell’uomo forte di turno, ci precipitiamo alla sua strenua salvaguardia.

Ecco che vengono chiamati in causa i concetti di libertà, uguaglianza e fratellanza, che la Rivoluzione francese aveva reso così caratterizzanti della nostra moderna civitas, ora inequivocabilmente associati nel dibattito occidentale alla logica “una persona, un voto”. Eppure, come aveva genialmente intuito Krzysztof Kieślowski nella sua Trilogia dei colori, capolavoro senza tempo della cinematografia mondiale, quei princìpi erano virtù, ovvero componenti sostanziali del patrimonio antropico, e quindi del nostro interagire umano, prima ancora che politico, all’interno di una comunità di individui.

Ciononostante, l’irrefrenabile tentativo prima euro-americano e ora americano-europeo di imporre la perfezione del proprio modello politico-culturale rispetto alle degenerate alternative nel passato e nel presente ci ha condotto a un’effettiva limitazione nel giudizio verso il nostro sistema. Quando mai capita, infatti, di contestare lo strumento democratico per antonomasia, il voto, se non in riferimento a una percezione del potere tirannica o, per converso, anarchica?

Semplificando molto, ci sono due ragioni che impongono di riflettere sullo stato della democrazia e sul suo recente indebolimento.

La prima è di natura tecnologica. Alla fine del ‘900, con il definitivo affermarsi di internet nella vita di tutti noi, la graduale democratizzazione del sapere ha portato a sua volta a una democratizzazione del ruolo dell’autorità: se tutti hanno la facoltà di esprimersi e la capacità di raggiungere un cospicuo numero di persone, il grado di auctoritas diventa orizzontale. La politica, ovviamente, non è esentata da questo processo. L’esempio più evidente, in Italia, è da ritrovare nel Movimento 5 Stelle, il quale, avendo basato il suo iniziale successo sull’uso strumentale della rete, ha portato al governo figure di dubbia affidabilità. Lo stesso si può dire della bestia mediatica di Matteo Salvini durante il governo giallo-verde o, allontanandosi dall’Italia, del successo di Donald Trump attraverso Twitter e i suoi invincibili slogan.

La seconda, consequenziale alla prima, riguarda il paradigma economico. Il capitalismo, rafforzato nell’ultimo ventennio dall’avvento di internet, ha implicato, anche a causa della grande crisi del 2008, il progressivo impoverirsi del ceto medio, generando un divario sempre più consistente tra ricchi e poveri. I populismi di destra, sfruttando furbamente questa congiuntura, hanno raccolto quel generale malcontento inducendo la classe lavoratrice più colpita a fidarsi di loro. Almeno in Italia, non si spiega altrimenti come le stesse persone che quarant’anni fa votavano il Partito Comunista rientrino ora nell’elettorato della Lega o di Fratelli d’Italia.

Ben più importanti in un’ottica di dibattito politico, inoltre, sono gli inevitabili difetti strutturali che da sempre attanagliano le liberal-democrazie, abilmente illustrati dal sociologo canadese Daniel A. Bell nel suo saggio Il modello Cina. Meritocrazia politica e limiti della democrazia (2019, Luiss University Press). Bell individua due principali gruppi sociali, che definisce tirannidi, i quali impediscono alla democrazia di funzionare come dovrebbe: la maggioranza e la minoranza. Il primo, cioè il popolo, non è in grado di avere una visione d’insieme sulla realtà che lo circonda ed è soggetto a una serie di deficit cognitivi (riguardanti, ad esempio, i benefici degli stranieri, il cambiamento climatico, l’economia) che lo portano a eleggere leader affamati di potere e/o non propensi ad assicurare bene comune. Il secondo, cui fanno parte i ricchi capitalisti e che trova il suo apice negli Stati Uniti, influenza negativamente la politica democratica per tutelare se stesso a scapito dei più sfortunati, i quali, invece di contrastarlo, lo guardano come un esempio da seguire.

Oggigiorno è pertanto auspicabile mettere in dubbio la democrazia e cessare di considerarla come un modello inviolabile. Le proposte alternative sono tante e probabilmente, ad oggi, secondo il modestissimo parere di chi scrive, la più convincente è quella del già citato Daniel A. Bell, che avanza l’idea della meritocrazia politica, una forma di governo nella quale i leader sono scelti per merito intellettuale, sociale e morale. In questo modo, sostiene Bell, dovrebbe essere ripensato il sistema delle libere elezioni, relegandole eventualmente a livello locale e promuovendo fino ai gradi governativi più alti i funzionari che hanno meglio agito.

È bene specificare, tuttavia, che questa sede non si propone di esporre l’alternativa migliore – che nessuno, probabilmente, ha la certezza di avere –  ma di suggerire una riflessione sull’attuale stato di cose per tentare (insieme) di migliorarle. È in gioco l’armonia e il bene comune di tutte le società.

 

Direttore del MichePost
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