Fioramonti: “Il capitalismo deve reinventarsi”. Intervista all’ex ministro dell’istruzione

Lorenzo Fioramonti è professore ordinario di economia politica all’Università di Pretoria (Sudafrica). È stato eletto nel 2018 alla Camera dei Deputati con il Movimento 5 Stelle, ma è ora iscritto a nessun partito. Scelto come ministro dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca nel Governo Conte II (ricopriva la carica di viceministro nel governo precedente), si è dimesso il 31 dicembre 2019 in seguito agli insufficienti finanziamenti sulla scuola nella Legge di Bilancio. 

Professor Fioramonti, partiamo dalle sue dimissioni: molti sostengono che lei avrebbe dovuto continuare la sua lotta. 

«Mi lusinga che in un paese dove generalmente ai ministri vengono consigliate le dimissioni a me sia stato detto questo: lo prendo come un attestato di buon lavoro. Purtroppo però le persone non comprendono le dinamiche politiche che permettono a chi è al governo di avere influenza. Un ministro, senza il sostegno delle proprie forze politiche, non riesce nella propria impresa: non ha tutto questo potere. Qualcuno credeva che io dovessi lottare chissà contro chi perché mi si desse la possibilità di svolgere il mio lavoro e di prendermi le mie responsabilità. In realtà la “lotta” era tutta interna all’esecutivo e questo era l’unico modo che avevo per indurli a concedermi lo spazio politico per agire. Forse, se i ministri a me precedenti, mentre sulla scuola venivano fatte le peggiori riforme e i tagli più spregiudicati, avessero avuto il coraggio o la forza di imporsi come ho fatto io, oggi la situazione italiana sarebbe ben diversa». 

Non sembra descrivere l’esperienza di governo in modo particolarmente felice.

«Io sono stato al governo per un anno e mezzo, nel Conte I e nel Conte II, e, anche se mi sono trovato molto più a mio agio in quello di centro-sinistra che in quello sovranista, devo ammettere che le cose non sono cambiate molto. Lo stile è sempre stato molto dirigista, legato a poche persone. Accadeva spesso che i ministri venissero solo informati di decisioni già prese. Questo stile di politica non fa bene all’Italia; ho tentato di convincere un governo in cui credevo – e ancora credo – che si trattava di una squadra, e non di un posto nel quale sono in pochi a contare». 

Lei, dopo essersi dimesso, ha lanciato l’idea per un nuovo movimento parlamentare, Eco. E’ però da metà gennaio che non se ne parla più. 

«Per fare chiarezza: io non ho lanciato un movimento parlamentare, ho semplicemente detto che mi sarebbe piaciuto che nelle istituzioni italiane si cominciasse a parlare sistematicamente di ambiente, di un’economia ecologica. La politica del XXI secolo deve essere una politica ecologista, a prescindere da destra e sinistra. Mi sono battuto perché nei vari partiti si creassero dei nuclei ambientalisti che potessero incidere sulle scelte del governo. Mi auguro che questa esperienza tragica della pandemia ci porti a comprendere che ogni azione ha un effetto, soprattutto per quanto riguarda l’ambiente. Noi abbiamo bisogno di una classe politica che ragioni in maniera sistemica e che non guardi soltanto al domani, ma anche a trent’anni a partire da oggi». 

E la scuola fa abbastanza sul piano dell’educazione ambientale? 

«Io da ministro ho istituito l’insegnamento obbligatorio dello sviluppo sostenibile. Sarebbe dovuto essere introdotto il 1° settembre di quest’anno, ma ovviamente ora rischia di saltare. Eppure, nonostante la notizia abbia fatto il giro del mondo per la sua eccezionalità – l’Italia è stato il primo paese a farlo – qui non ne ha parlato nessuno, nemmeno il governo. Ma è comunque un punto di partenza fondamentale: è necessario che l’educazione ambientale sia un modello per l’attività didattica. Noi ragioniamo ancora come se le materie fossero divise tra loro, ma abbiamo bisogno di persone formate in modo trasversale». 

Lei sta ribadendo il bisogno di una formazione trasversale, ma a scuola ci viene ripetutamente ricordata l’importanza di figure specializzate. 

«Me lo immagino, qui si scontrano due correnti di pensiero. Io sostengo la mia posizione per due ragioni: la prima è una ragione ideale. Spero in un futuro di cittadini consapevoli, dove l’economista sia bravo a fare economia ma anche sensibile a temi ecologici per non ricadere in certi errori del passato. C’è anche una seconda ragione, quella di mercato. Il mondo ad oggi cambia costantemente e c’è il rischio che specializzandosi verso una certa figura professionale alla fine del percorso di studi quella stessa figura sia ormai obsoleta. Quello che serve è un concetto centrale, “imparare ad imparare”. In questo senso stanno anche riemergendo le scienze umanistiche legate alle nuove scoperte tecnologiche. Invito quindi tutti a specializzarsi verso un determinato settore, ma a sviluppare anche la propria formazione in un modo che guardi altri campi».

Perché il comparto AFAM (Alta Formazione Artistica e Musicale, accademie di belle arti e conservatori) non fa parte degli atenei universitari come nel resto d’Europa? L’italia è conosciuta in tutto il mondo proprio per il suo patrimonio artistico e musicale. 

«È un grande paradosso italiano. Sia da viceministro che da ministro mi sono occupato direttamente dell’AFAM, scoprendo che questo settore era stato praticamente abbandonato per anni. Ho cercato di accelerare la manovra sull’AFAM, ferma dal 1999, in cui si equipara questa educazione a  quella universitaria, sia da un punto di vista del trattamento dei docenti che dei titoli di studio. Tuttavia, ogni volta che facevo proposte, sia nel Conte I che nel Conte II, mi veniva detto che non erano una priorità, venendo bocciate nel Consiglio dei ministri, col risultato che in due anni non si è riusciti a fare niente».

Questo è assurdo. La scuola è uno dei pilastri della società democratica.

«Lo so. Dobbiamo tornare a vederla come un momento di grande confronto politico, ma purtroppo la releghiamo a un tema secondario da troppo tempo. E io penso che il mio gesto sia stato utile, perché in futuro, magari, si presterà maggiore attenzione a questo argomento. Non ricordo una sola riunione col Presidente del Consiglio in cui si parlasse di prospettive o di visioni sull’istruzione, mentre se ne sono fatte decine sull’economia, sull’indebitamento, sullo spread». 

Riguardo alla sua esperienza, lei ha dichiarato di aver provato ad insegnare in Italia, ma ora è professore ordinario a Pretoria, in Sudafrica. Un ennesimo cervello in fuga?  

«Io mi sono formato quasi completamente all’estero: ho insegnato in Germania, in Inghilterra, in Belgio, all’Università delle Nazioni Unite e in Sudafrica e sono ordinario da quando ho 35 anni. Ho fatto un breve periodo di precariato della ricerca a 29-30 anni in Italia e mi sono confrontato con dinamiche note. A quell’epoca, parlo di oltre dodici anni fa, la logica era sempre la stessa: bisognava mettersi in fila e aspettare il proprio turno. Per tanti anni abbiamo avuto concorsi con migliaia di precari e solo un paio di persone interessate alla cattedra da ricercatore: tutti gli altri non volevano presentarsi per un posto che era già stato pensato per qualcun altro. E questo è stato anche il mio caso: mi venne detto che se avessi partecipato li avrei messi in difficoltà. Io l’ho fatto lo stesso, ma nel frattempo ricevetti la notizia che in Germania c’era un altro concorso: lo feci, lo vinsi e lasciai l’Italia». 

In Italia apparentemente non esiste meritocrazia. 

«Penso che oggi la situazione sia migliorata, ma ancora serve nettezza nei fatti. Perché è pieno di italiani in Inghilterra o di inglesi in Germania e non c’è uno straniero che vince un concorso in Italia? E’ evidente che il sistema italiano, un po’ per colpa sua e un po’ perché mancano le risorse, sia poco attrattivo per gli stranieri. In Sudafrica venne fatto un bando, io mandai il curriculum, mi intervistarono su Skype e vinsi la cattedra, punto. Se riuscissimo a mettere in atto una politica di arruolamento innovativa avremmo centinaia di posti, ma purtroppo mancano i finanziamenti. Ad ogni modo, non me la sento di dire che non ci sia meritocrazia; ce ne potrebbe essere di più».

Per concludere, lei ha affermato che questa situazione emergenziale è un’occasione per ripartire da zero. Ci sono più possibilità che se ne esca bene o che se ne esca male? 

«Antonio Gramsci diceva che bisogna avere l’ottimismo della volontà e il pessimismo della ragione. L’ottimismo della volontà ce l’ho: farò di tutto perché l’Italia possa trasformarsi completamente ed essere un punto di riferimento per il resto del mondo. Ma se guardo le carte, al momento attuale, c’è aria di restaurazione: mentre avremmo bisogno di un’economia ecologica e di rivoluzionare completamente i modelli di produzione, rischiamo che il coronavirus rafforzi quelle forze politiche che sostengono lo status quo. Dovremo essere molto capaci nel ricordare a tutti che se vogliamo continuare a crescere economicamente dobbiamo innovarci. Se pensiamo di continuare ad essere competitivi con le industrie del passato andremo incontro a un’altra crisi».

Sembra che stia contestando l’attuale modello economico.

«Il grande economista John Maynard Keynes diceva che il capitalismo ha bisogno ogni tanto di reinventarsi. Se non si reinventa si autodistrugge. Non mi offendo se vengo definito anticapitalista, ma sono più interessato a un capitalismo nuovo, che punti ad altre concezioni di capitale. Il più importante che un paese può avere è il capitale umano, quello delle relazioni sociali, o il capitale naturale, che riguarda la resilienza dei nostri ecosistemi». 

Quindi la svolta ecologica è il modo per reinventare il capitalismo?

«Sì, di trascendere il capitalismo per come è stato concepito finora, di scoprire che il vero capitale non è quello finanziario ma quello che ci è stato consegnato da Madre Natura e dalla nostra attività umana e sociale. Che poi è il capitale che abbiamo messo più a rischio in questa cieca ricerca del guadagno a brevissimo termine».

Intervista a cura di Emma Ester Barugolo, Luca Parisi e Federico Spagna

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