Gli Stati Uniti del 2021, tra la radicalizzazione e le sfide di Joe Biden. Intervista a Francesco Costa

Francesco Costa, giornalista, è vicedirettore del giornale online Il Post. Ha scritto per l’UnitàInternazionale, IL del Sole 24 Ore e insegna giornalismo alla Scuola Holden. Tra i più apprezzati esperti italiani di Stati Uniti, dal 2015 cura Da Costa a Costa, un progetto giornalistico multimediale sulla politica, sulla società e sulla cultura americana. È autore di due libri: Questa è l’America (2020, Mondadori), un ritratto generale degli Stati Uniti, e Una storia americana (2021, Mondadori), che racconta i momenti cruciali delle vite di Joe Biden e Kamal Harris.

Sabato Trump è stato assolto per la seconda volta, in quanto non si è riusciti a raggiungere la maggioranza dei ⅔ del Senato. Alcuni senatori repubblicani hanno votato a favore della condanna, ma la maggior parte di loro si è opposta. Cosa ci dice questo della situazione interna al Partito Repubblicano, della sua radicalizzazione? 
«Ci conferma che Trump non nasce dal nulla. La sua ascesa è stata resa possibile dal fatto che tutto il Partito Repubblicano, negli ultimi anni, è diventato molto più estremista. Le cose di cui era accusato Trump – l’aver istigato quella rivolta, l’aver affermato che il suo avversario avesse imbrogliato – sono state sostenute dalla gran parte dei deputati e dei senatori repubblicani. A processo, dunque, non c’era solo Trump, ma c’erano anche loro: condannandolo, avrebbero condannato se stessi, e hanno quindi valutato che sarebbe stato politicamente sbagliato dissociarsi in modo così forte da un presidente del loro partito». 

Da dove possiamo trarre l’origine di questa estremizzazione?
«Da tanti motivi. Alcuni hanno a che fare con il comportamento dei politici che, per attirare attenzione e consensi, con gli anni hanno detto cose sempre più estremiste e radicali e accusato gli avversari di ogni possibile misfatto.  
Altri c’entrano con i media: la distinzione tra fatti e opinioni è andata via via a perdersi, e quindi ognuno ha finito per informarsi attraverso i giornali o le TV che gli davano ragione, sia a destra che a sinistra.
Alla base di tutto questo, però, ci sono dei cambiamenti demografici, culturali ed economici che hanno coinvolto gli americani negli ultimi venti anni, e che hanno creato un terreno fertile perché si arrivasse a questa radicalizzazione: la diseguaglianza con cui vengono distribuite le opportunità economiche o il rinnovamento etnico della popolazione (presto i non bianchi diventeranno la maggioranza, e per questo molti bianchi si sentono minacciati)». 

E il fatto che un afroamericano sia diventato Presidente ha esacerbato questa situazione? 
«Sì. Come racconta nel suo libro Federico Leoni, giornalista di Sky Tg24, la sola elezione di Obama ha provocato in certi ambienti repubblicani un forte senso di minaccia, creando una sovrapposizione tra le rivendicazioni economiche dell’America rurale e quelle etniche su base razziale. Non è un caso che il primo argomento forte che lanciò l’ex Presidente quando entrò in politica fu la teoria del complotto per la quale Obama non fosse nato negli Stati Uniti, ma in Africa. Su questo messaggio, molto populista e razzista, Trump cavalcò l’elezione del 2016». 

Alcuni giornali hanno raccontato di come Biden fosse preoccupato del verdetto. C’è effettivamente la possibilità che l’esito negativo del processo possa ritorcersi contro di lui? 
«Biden è diventato Presidente dopo una campagna elettorale in cui ha promesso di guarire le ferite del Paese, di provare a sanarne i conflitti interni. Se, tuttavia, la prima cosa che succede dopo il suo insediamento è la messa in stato di accusa del suo predecessore, il messaggio che passa non è certo riappacificante. A ciò si è aggiunta l’assoluzione di Trump, che ha potuto così vantare una vittoria politica. 
Dall’altra parte, non sappiamo se una condanna gli avrebbe facilitato la vita: i repubblicani si sarebbero irrigiditi e Trump avrebbe fomentato i propri elettori. In ogni caso, era evidente che Biden volesse chiudere in fretta la faccenda, così da permettere al Congresso di discutere la sua agenda legislativa». 

Nonostante che Biden appaia generalmente come un politico consumato, noioso e pacato, la sua vita – che racconti nel tuo libro di recente uscita Una storia americana – è stata una sfida continua. Dalle balbuzie alla sconcertante vittoria al Senato nel 1972, dalla perdita di sua moglie, di sua figlia e più tardi del figlio Beau alla redazione del Crime Bill del ‘94, fino alla gestione del delicatissimo Recovery Act. Il lavoro dell’amministrazione Biden fin qui coincide con questo spirito combattivo e deciso? 
«Fin qui sì: è partito molto forte, ma naturalmente è ancora presto per esprimere giudizi. Il Paese, d’altra parte, ha dei grandi problemi e non c’è tempo da perdere: se si guarda il numero di ordini esecutivi firmati da ogni presidente all’inizio del proprio mandato, Biden ne ha approvati molti di più dei suoi predecessori.
Tra il dire e il fare, poi, ci sono delle difficoltà: Biden, per esempio, ha chiesto al Congresso di stanziare 1900 miliardi di dollari per far ripartire l’economia e accelerare la campagna vaccinale. Ha fatto una trattativa soprattutto con i suoi avversari, che non sembrano molto convinti; in passato avrebbe cercato quantomeno alcuni voti tra i repubblicani, ma ora sta tentando di evitare i negoziati. La situazione è talmente urgente che i democratici proveranno a proseguire soltanto con i loro voti». 

Come scrivi nel libro, molti, nel corso della storia politica degli Stati Uniti, si sono espressi sull’inutilità del Vicepresidente, sul fatto che le sue prerogative non siano scritte da nessuna parte. Come se la sta cavando e come se la caverà Kamala Harris?  
«Sarà una dinamica interessante per tre motivi. Innanzitutto, Biden è stato vicepresidente, sa cosa significa stare dall’altra parte e sa come impostare un rapporto utile per entrambi. Non si tratta, poi, di una vicepresidente qualsiasi: è la prima donna e la prima persona non bianca. Biden, infine, è molto anziano; Kamala è vista come un politico con un grande futuro, tanto che ci potrebbe essere un passaggio di testimone, tra 4 o 8 anni, motivo per cui è importante, per il Partito Democratico, che la Harris faccia molto. Finora i due stanno collaborando, ma c’è la possibilità che, per esempio, già fra tre mesi non sia più così. Sicuramente sarà una Vicepresidenza che non passerà inosservata».

Racconti spesso di come la scelta del Vicepresidente, negli Stati Uniti, non abbia mai veramente condizionato l’esito del voto. Questa volta è stato diverso?
«Di solito, l’importante è che il candidato alla Vicepresidenza si limiti a non fare danni. Stavolta, però, la candidatura è avvenuta in un momento particolare: quest’estate, in seguito alle proteste causate dalla morte di George Floyd, abbiamo visto una grande mobilitazione delle persone non bianche. Quel popolo guarda principalmente al Partito Democratico, e quindi Biden aveva bisogno di dare loro un segnale politico, di mostrare che le parole non bastassero. Nominare Kamala Harris è stata dunque una scelta di un certo peso, che ha generato entusiasmo e che soprattutto ha prodotto molte donazioni e finanziamenti».

La sanità negli Stati Uniti è prevalentemente privata e molto costosa. Quanto questa dinamica ha influito sulla gestione della pandemia? 
«Ha influito. Molte persone, negli Stati Uniti, non hanno l’assicurazione sanitaria, che è spesso legata al contratto di lavoro; se si viene licenziati, si perde anche l’assicurazione, e questa è stata una costante durante la pandemia.
Le persone che si sono contagiate e che non erano assicurate, anche se stavano così male da dover chiamare il pronto soccorso, hanno deciso di aspettare per evitare di pagare rette costosissime. In tanti casi, le loro condizioni si sono aggravate a tal punto da essere costrette ad andare all’ospedale, ma ormai era già troppo tardi. Se si osservano i dati sull’incidenza dei decessi da Covid-19, il numero dei morti in proporzione alla popolazione tra gli afroamericani, che sono economicamente più poveri, è molto più alto dei bianchi». 

La pandemia non ha alienato anche le comunità rurali di bianchi, che hanno votato in massa per Trump? 
«In realtà non c’è stato un grande spostamento di voti, anche perché sono zone poco colpite, dove gli assembramenti non avvenivano neanche prima e dove la pandemia è arrivata tardi. Certamente molti fra gli anziani, i più vulnerabili, non hanno votato per  Trump, che si è compromesso con alcune affermazioni, come le consigliate iniezioni di disinfettante per guarire dal Covid-19».

In America la religione si fa sentire molto più che da noi. I politici la chiamano spesso in causa, mentre quando qualcuno fa lo stesso in Italia viene attaccato e tacciato di strumentalizzazione. Qual è dunque il ruolo della religione nella società e nella politica statunitense? Che radici ha? 
«Bisogna sempre considerare che Italia e Stati Uniti sono posti diversissimi. In Italia la Chiesa è stata a lungo molto potente; ora, seppur la religione sia particolarmente presente nelle nostre vite, riteniamo disdicevole che lo Stato si immischi in tali questioni. 
Gli americani hanno una storia completamente diversa. Quando nacquero gli Stati Uniti i padri fondatori, vedendo quanto la religione fosse motivo di cruenti scontri, costruirono una sorta di “credo di Stato”, non ufficiale, principalmente protestante. La religione “civile” utilizza le parole della fede per sacralizzare le istituzioni del Paese: basti pensare alla scritta “In God We Trust” sui dollari, o alle frasi “God Bless America” dei politici, o, ancora, al giuramento sulla Bibbia alla cerimonia di insediamento. 
Non è per creare uno Stato confessionale, ma pluriconfessionale, dove domina una religione dai confini molto vaghi in cui tutti possono immedesimarsi». 

In Questa è l’America, nel capitolo sulla Silicon Valley e sulle disuguaglianze di San Francisco, affermi che “la velocità [degli Stati Uniti] continua a essere sostenuta, ma solo per chi riesce a restare attaccato”. Questo scenario così spietatamente capitalistico non rischia di portare a un vero punto di rottura? L’America come sta vivendo queste profonde distorsioni?  
«Male. Quello che abbiamo visto il 6 gennaio, infatti, trova una delle sue cause in questo sistema così feroce. Gli Stati Uniti stanno attraversando uno dei momenti più complicati della loro storia, e ciò che vediamo accadere in politica, dall’ascesa di Trump all’attacco al Campidoglio, è il segnale di un malessere più profondo. 
La società sembra diventare sempre di più una specie di Hunger Games, ma non è sempre stato così. L’America è stata capitalista anche negli anni ‘70, ma aveva una rete di welfare che rendeva sicura la vita nel Paese. Col passare degli anni questa rete ha cominciato ad accumulare buchi su buchi, provocando rabbia, sofferenza, disperazione e sfociando in fenomeni politici come quelli che abbiamo visto negli ultimi mesi».

In questa deregulation la politica ha svolto un ruolo preminente? 
«Sì. Negli anni ‘90 gli Stati Uniti hanno avuto una crescita economica impetuosa, che ha portato benefici diretti a numerosi americani. Questa crescita, tuttavia, era stata innescata da un atteggiamento molto spregiudicato degli istituti finanziari e delle banche, che davano mutui con grande facilità a chiunque li chiedesse. Tutto ciò era avvenuto col benestare della politica, che credeva che così facendo la vita delle persone sarebbe migliorata. Per un po’ ha funzionato, fino a che la bolla non è scoppiata con la grande crisi del 2008-2009. Obama ha provato a mettere alcuni argini a questo sistema, che però poi sono stati smantellati da Trump. 
Sarà interessante capire cosa succederà con Biden: l’anno scorso la Federal Reserve, la banca centrale americana, pur di sostenere l’economia ha creato nuovi soldi, che hanno permesso allo Stato di aiutare chi era in difficoltà. Dall’altra parte, però, hanno drogato il sistema finanziario; mentre l’economia andava a picco, Wall Street cresceva. Anche in questo caso, probabilmente, si tratta di una bolla che prima o poi esploderà».

Intervista a cura di Matteo Cirillo, Tommaso Fatucchi e Luca Parisi

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