Intervista esclusiva a Matteo Renzi

Senatore Renzi, nel periodo in cui lei rappresentava il nostro paese al Consiglio Europeo, l’Unione ha deciso di versare 6 miliardi di euro nelle casse della Turchia affinché trattenesse nei propri confini tre milioni e mezzo di profughi siriani. Dopo mesi di ricatti, Erdogan ha aperto le porte dell’Europa agli immigrati. Non si sente responsabile per aver sostenuto un accordo palesemente destinato al fallimento e che oggi mette in pericolo milioni di persone in fuga? 

«Le cose sono molto più complesse di così. Nell’ottobre-novembre 2015 l’accordo con la Turchia arrivò dopo una lunghissima discussione. Intanto era stata l’Italia a porre il problema dell’afflusso dei migranti, perché nell’aprile 2015 un barcone si era rovesciato ad est della Sicilia e quindi come governo ponemmo la questione migranti come la centrale del dibattito europeo. Dopo vari consigli straordinari si arrivò a una dichiarazione comune molto positiva: chi non si faceva carico dei migranti perdeva i contenuti europei. Poi, nel mese di agosto, partì il flusso dei siriani, con una reazione di grande accoglienza da parte dei tedeschi. Il problema è che poi la Merkel non riuscì più a reggerlo, in quanto ricevette in tre mesi un milione di persone. La cancelliera, con il vicepresidente della Commissione Frans Timmermans, decise di fare un accordo con Erdogan, molto contestato non tanto per i soldi, ma perché in quella sede alcuni governi (tra cui quello italiano) posero il problema del rispetto dei diritti umani. Non è vero, quindi, che noi siamo stati complici di quell’accordo, che era assolutamente fondamentale per la Germania. Diverso è cercare di capire che cosa sia successo in Turchia in questi anni.»

Lei ha affermato che “nel PD c’è stata una debolezza oggettiva di leadership, innanzitutto mia”. Si assume dunque la responsabilità del calo di consensi al Partito Democratico?

«Io mi prendo la responsabilità del più grande risultato degli ultimi sessant’anni in politica, perché per trovare un esito simile al 40,8% ottenuto dal PD alle Europee del 2014 bisogna risalire ad Amintore Fanfani nel 1958. Il PD, poi, ha iniziato a litigare: ha governato per tre anni con buoni risultati sul PIL e sull’economia, ma purtroppo non ha ottenuto un grande risultato alle elezioni (18,7% alle politiche del 2018). La mia responsabilità è quindi di aver permesso i litigi: avrei dovuto essere più deciso e molto meno rispettoso delle polemiche interne. Io ho fatto l’errore opposto di quello che mi viene attribuito. Detto questo, il 2019 si è chiuso col +0,3% di PIL e pressione fiscale al 42,4% (con la manovra economica del Conte I). Con il mio governo si era arrivati al +1,7%. I risultati parlano da soli.»

In un’intervista a Repubblica ha affermato che Italia Viva non sta né al centro, né a sinistra né a destra. Sembra una linea trasversale cara ai 5 stelle. Ritiene che non abbia più senso parlare di destra e sinistra?

«Io penso che destra e sinistra ci siano e ci saranno sempre, ma cambieranno profilo. Una cosa è il giustizialismo che strizza l’occhio ai grillini, un’altra è il riformismo, di cui noi facciamo parte. Lo stesso vale per la destra: Boris Johnson è un conto, David Cameron è un altro. Ci sono due destre e due sinistre: Salvini è destra estremista, la Carfagna riformista. Noi apparteniamo a una sinistra riformista, mentre Di Battista o una parte del PD alla sinistra estremista.»

Lei in quell’intervista aveva chiamato la sua collocazione ideologica “lo spazio del futuro” …

«Io ho detto una cosa che continuo a pensare sia vera: Italia Viva non può stare dentro a un gioco destra-sinistra inteso come Grillo-PD da un lato e Salvini-Meloni dall’altro. In questo caso potrebbe anche crearsi uno spazio ulteriore: dipende da che gioco si gioca. Io, per esempio, penso che si debba parteggiare per il modello del sindaco d’Italia. Tu scegli qualcuno di preciso e lo voti.»

Ma non crede che eleggere direttamente il presidente sia rischioso? Non basterebbe un sistema maggioritario per garantire un governo stabile? 

«Dividiamo gli aspetti: il sistema maggioritario garantisce un governo dal momento che c’è una coalizione, che magari indica di già un candidato premier. L’individuazione diretta è, invece, l’unico modo per assicurare la democrazia che non è solo rappresentativa, ma anche decidente. La prima consiste nell’eleggere qualcuno, la seconda nel dare a quel qualcuno la possibilità di cambiare. Oggi c’è un Presidente del Consiglio che è stato sia con la destra che con la sinistra. Dove sta il rapporto tra politico e cittadino se non c’è nessun tipo di verifica da parte di quest’ultimo sul voto che ha dato? Per me l’elezione diretta del sindaco d’Italia serve per questo motivo. In Italia, poi, non si sa mai di chi è merito e di chi è colpa, non c’è mai una catena di comando. Ovviamente la Costituzione del ’48 aveva la preoccupazione di non concentrare troppo potere nelle mani di un’unica figura…»

Appunto. 

«Sono passati settant’anni e soprattutto allora c’era il fascismo. Non facciamo errori: la stagione politica attuale è totalmente diversa. Il mondo è cambiato del tutto e in questo cambiamento l’idea di dare a chi decide la possibilità di incidere è un elemento di garanzia della democrazia.»

Perché Italia Viva vuole che il nostro Paese rinunci in un colpo solo al 37% dei parlamentari eletti, diventando la nazione europea con il più alto rapporto tra rappresentati-rappresentanti?

«Io non ho votato per la riforma del taglio dei parlamentari. È stata approvata su tre letture dalla maggioranza 5S-Lega e sulla quarta dai gruppi parlamentari alla Camera in virtù di un accordo per fare il governo. Comunque non credo che portare da 945 a 600 parlamentari sia una ferita democratica, ma non è neanche una soluzione. La soluzione che serve al paese è l’eliminazione del bicameralismo: Camera e Senato fanno le stesse cose, e solo in Italia c’è questa sovrapposizione. Penso che questo referendum non serva quasi a niente. Si dovrebbe pensare invece al modo in cui si rappresentano i cittadini. Negli USA i membri del congresso sono 425 e i senatori 100: non è un principio numerico.»

Ma così obbligherebbe un senatore a dividersi tra più commissioni…

«Posso garantire che in Parlamento non ci si ammazza di lavoro, il livello di attività parlamentare oggi non è così significativo. È demagogia pensare che la soluzione sia semplicemente ridurre il numero.»
Secondo Eugenio Scalfari il suo unico e vero obiettivo è, testuali parole, fare il re. Come commenta questa constatazione?

«È incommentabile. Provo per lui profondo rispetto perché ha scritto una pagina di storia del giornalismo italiano, ma nell’ultimo periodo ha nei miei confronti una forma di ostilità preconcetta. Sostenere che io voglia fare il re la dice lunga sul fatto che ci sia un annebbiamento personale.»
Sulla diatriba con Corrado Formigli: lei ha associato la fuga di notizie sulla casa del giornalista alla sua. Non crede tuttavia che ci sia una grande differenza tra il livello di trasparenza di un politico come lei e quello di un giornalista?

«Il livello di trasparenza di un politico è dettato dalle norme: un politico ha il dovere di presentare il proprio reddito e tutte le sue proprietà, e questo è pubblico. Un giornalista non ha questo obbligo, giustamente. Nel caso di specie, la mia vicenda ha visto una fuga di notizie. A me questo non crea problemi, ma si tratta di una violazione della legge. Io sono per la massima trasparenza: tutta la normativa in questione l’abbiamo fatta noi. Qual è il problema fondamentale? È che un giornalista non ha la stessa privacy, ma c’è una privacy che il giornalista deve rispettare e che nel caso mio non è stata rispettata. C’è stata una dura polemica di Formigli, che ha parlato anche di squadrismo, perché alcune persone hanno pubblicato su Internet delle foto prese da Google Street di casa sua. Poi è venuto fuori che era stata la persona che gli aveva venduto casa a pubblicarle. Quando è successo questo ho fatto un post per dire che secondo me non vanno messe informazioni riguardo alle case sui social.»

Però lei aveva condiviso il post di un suo sostenitore che aveva detto “A me non mi chiami squadrista”, e lo aveva chiamato “uno di noi”. Perché?

«Io non accetto che mi si chiami squadrista perché si sta facendo riferimento a una stagione della vita politica di questo Paese in cui lo squadrismo era parte del fascismo. Bisogna fare attenzione alle parole, e siccome io credo nella libertà d’informazione sono tornato dopo un mese da Formigli. Trovo sorprendente che si facciano 28 domande sulle case e 2 sulla Turchia.»

A distanza di 4 anni cambierebbe qualcosa riguardo alla riforma della Buona Scuola? Cosa ha funzionato e cosa no?

«Difficile dirlo perché non è stata approvato fino in fondo. È evidente che non ha funzionato il coinvolgimento. Mettemmo 9 miliardi di euro e nonostante questo riuscimmo a fare incazzare tutti. Non ha sicuramente funzionato questo benedetto algoritmo dei professori. Bisogna, però, avere anche il coraggio di dire che se si sposta una persona e la si porta da Lecce a Firenze è la vita. È ovvio che è meglio che rimanga a Lecce, ma se non ci sono alternative meglio essere insegnante di ruolo a Firenze che precario a Lecce, e su questo siamo stati molto contestati. Riguardo ad altre questioni generali, credo che si debba premiare il merito per gli insegnanti. Mi ha fatto male vedere che i nostri fondi per l’edilizia scolastica sono stati tagliati. In più, sappiamo che alcune cose hanno funzionato, come l’Alternanza Scuola-Lavoro.»

Ad eccezione della Toscana, sembra che lei voglia proporre nelle altre regioni che voteranno quest’anno candidati propri di Italia Viva. Non crede che così facendo si intensificherebbe una frammentazione che favorirebbe la destra?

«Al momento ci sono due candidature sicure: una in Toscana e una in Puglia. Per il momento in Toscana è stato scelto Eugenio Giani, in Puglia Emiliano, il candidato uscente, con il quale non è possibile fare un accordo. Poi ci sono altre quattro regioni: la Liguria, le Marche, la Campania e il Veneto. Il punto centrale è che noi decideremo sulla base dei candidati. Quello che mi sembra importante oggi è che la tesi di fare un piacere a Salvini mi fa abbastanza ridere, soprattutto che venga fatta da chi ha stretto l’accordo con i 5 Stelle, che io continuo a pensare siano un disastro. In Puglia il problema non è aiutare Salvini, ma aiutare o no Emiliano a fare il presidente della Regione.»

A partire dalle polemiche sulla Plastic Tax, sulla Sugar Tax fino alle più recenti sulla Prescrizione, lei appare come il bastian contrario della maggioranza.

«Proviamo a immaginare certe posizioni che sono state prese. La prima posizione su cui io sono apparso bastian contrario è quella dell’Iva. Alla fine, in quel caso, la battaglia l’ho vinta io, e l’Iva non è aumentata. Poi ci sono altre questioni, come per esempio la Plastic Tax. Io ho fatto delle battaglie, quando ero Presidente del Consiglio, ma per bloccare la plastica non blocchi le aziende, le costringi a rinnovarsi. Se si bloccano quelle aziende mettendo una tassa, la plastica continuerà ad essere richiesta, e sarà fatta in Croazia anziché in Italia. Questa è la differenza tra il populismo e la politica. Il populismo non è serio, la politica è seria. Per chiudere, è chiaro che apparire così ti fa perdere consenso, la gente vuole tranquillità. Però queste cose servono all’Italia.»

Il governo fino a quando dura?

«È un macello. Dovrebbe esserci un sistema in cui i governi durano per cinque anni. La gente ha bisogno di tempo. Adesso noi abbiamo un governo che è guidato dalla stessa persona ma che dice esattamente il contrario di quello prima.»

Lei chi sostiene alle primarie democratiche?

«Conosco molto bene Joe Biden: l’ho visto un anno fa a Washington, è una persona per bene, con una storia segnata da tantissimi dolori. E ama molto l’Italia. Invece non ho mai incontrato Bernie, che per me è troppo di sinistra. Credo che Biden sia in grado di vincere negli swing states, quei cinque o sei Stati che fanno la differenza, dove Sanders non vince. Penso che tra i due non avrei dubbi a stare con Joe.»

Biden è a favore di un aumento della spesa militare e ha dichiarato di voler mantenere le truppe in Medio Oriente.

«Oggi è in corso una guerra con la Cina. Il quadro è molto complesso: gli americani sono meno interessati al Medio Oriente e l’impatto di Russia e Turchia sta crescendo. In America le spese militari servono, a condizione che abbiano una ricaduta nell’innovazione nei laboratori.»

Intervista a cura di Tommaso Becchi, Luca Parisi e Federico Spagna

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