Il caso Montanelli

La morte di George Floyd ha monopolizzato l’attenzione mediatica delle recenti settimane. Dagli USA si è propagata un’onda che ha lambito la maggior parte delle coste del mondo occidentale. Improvvisamente, tutti si sono accorti che, oh, il razzismo è un problema. Nel bene o nel male, molti hanno scoperto alcuni scheletri nell’armadio. Scheletri, però, spesso intrisi di ipocrisia, di stupidità e poco altro. Qui in Italia ha fatto scalpore la notizia che un gruppo di manifestanti, detto dei “sentinelli”, abbia chiesto di rimuovere la statua di Indro Montanelli dal parco a lui dedicato, a Milano. La motivazione? Montanelli era razzista. Ora, è bene precisare che la colpa principalmente imputata a Montanelli è l’aver preso in moglie una dodicenne in Etiopia durante la guerra portata da Mussolini. L’atto di Montanelli non si può definire una scelta, quanto piuttosto un’ineluttabilità: ai soldati fascisti veniva spesso intimato di prendere in moglie le giovani etiopi – barbaramente soprannominate abissine. Si può discutere sul fatto che quello di Montanelli sia stato un errore o no, ma non avremo elementi a sufficienza per poter stabilire se abbia fatto bene o meno: ognuno la pensi come vuole, non è questo il punto. E comunque non potremmo giudicare un uomo da un solo errore, soprattutto se quest’uomo ha poi prodotto letteratura ed è stato protagonista del panorama culturale italiano del ‘900. In più, la pregiudiziale aggravante che si riversa su Montanelli è il suo essere fascista, ignorando totalmente il fatto che lo scrittore si fosse allontanato dal fascismo e che per questo fosse stato addirittura incarcerato. Poi non si può considerare apologia di fascismo il fatto che Montanelli abbia ribadito, più volte, l’importanza di Mussolini nella sua vita: da anticonformista, si è completamente disinteressato di quel che avrebbe potuto pensare la piccola borghesia del tempo. Montanelli è nato sotto il fascismo e, inizialmente, lo ha anche abbracciato. Sarebbe stato ipocrita negare l’influenza di Mussolini e della contingenza storica sulla propria vita.

La rimozione della statua di Montanelli si può definire una damnatio memoriae, più o meno anacronisticamente. Ma il concetto è simile. Così come è identico il danno che sopraggiunge in entrambi i casi. La sterile censura dell’opposizione annulla il pensiero critico, la consapevolezza del ‘male’ convenzionale. Nella piscina dell’annichilimento, si finisce tutti per nuotare verso la stessa direzione: quella dell’ignoranza. Pertanto, con lo stesso ragionamento che li ha portati a voler abbattere la statua di Montanelli – senza conoscerlo, peraltro –, i “sentinelli” dovrebbero fare un falò con le opere dei nazisti Celine e Pound, privando l’umanità di due tra le più significative produzioni letterarie del XX secolo. Al giorno d’oggi manca troppo spesso la capacità di una semplice disamina: l’artista non coincide con la persona. Se dovessimo valutare tutti gli artisti per le persone che erano, dovremmo rinunciare alla maggior parte dell’archivio culturale concepito dall’uomo. Così vale per Montanelli, per Celine, per Pound, ma anche per poeti come Pasolini e Penna, tacciati addirittura di ‘pedofilia’ da certo pubblico bigotto.

In ogni caso, nella lotta al razzismo, non possiamo utilizzare gli stessi strumenti del razzismo, come la violenza. Da escludere, poi, l’idiozia di censurare quelle personalità che, in un modo o nell’altro, hanno avuto a che fare con questa pagine oscure della storia, finendo per cancellare la storia stessa. Questo tipo di lotta controproducente ha il solo scopo di rassicurare, di far sentire le persone dalla parte del giusto. Dobbiamo invece macchiarci del ‘male’, conoscerlo, e poi combatterlo. La promiscuità col ‘nemico’ è necessaria; rifiutandola si finisce per rifiutare quel che è stato, accettando un eterno presente d’ignoranza. La lotta elitaria che distrugge e basta non porta a niente.

Direttore del MichePost
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