Essere a Londra in questi giorni

Londra si è oscurata tra i nuvoloni e gli ombrelli neri gremiti sui marciapiedi. Ho fatto in tempo ad arrivare in Inghilterra per assistere a questo scenario. L’8 settembre sono atterrato ad Gatwick; dopo sei ore, mentre mangiavo una piadina con fagioli e carne in scatola, è arrivata la notizia della morte della regina Elisabetta.

La sera prendo la metro e scendo a Charing Cross. Davanti a me ho Nelson in cima all’obelisco, e in fondo a Trafalgar Square la National Gallery con la bandiera britannica a mezz’asta. Piove. Rincantucciato nel k way arrivo dapprima a Westminster, dove le persone e le automobili proseguono i propri percorsi con andamento, parrebbe, regolare, se non per la pioggia che rallenta le svolte e i passi. Ci sono solo due finestre illuminate nel palazzo del parlamento.

Poi mi reco a Buckingham Palace, e lì trovo la folla di inglesi con poncho impermeabili e ombrelli che guardano il palazzo reale attraverso la cancellata nera, e chiusa. Più avanti, la fila di gazebo illuminati degli inviati da tutto il mondo. In diretta, nello stesso momento, un centinaio di giornalisti parlano al proprio paese, nella propria lingua. E così prosegue sul Mall, il viale alberato che collega Buckingham Palace con Trafalgar Square, con tanti giornalisti dislocati sotto la pioggia con un faretto sparato in faccia.

A Charing Cross risalgo sulla metro, mi siedo, e i miei occhi non riescono a non sbirciare la chat aperta di WhatsApp di un signore che mi sta accanto. Avrà sui sessant’anni, stempiato, il k way della nazionale inglese di calcio, i pantaloni troppo larghi. Ha gli occhi rossi e ha scritto a un suo amico: “Today the Queen is dead and I am very sad”. Poi, invia una serie di foto scattate col cellulare della folla a Buckingham Palace. L’amico risponde poco dopo: “What a bad day”.

Il giorno dopo esco di casa con l’intento di visitare il British Museum. Sul tragitto, Londra mi si mostra piena di annunci, schermate e striscioni che onorano la regina Elisabetta, sempre con le stesse parole: “Her majesty the Queen Elizabeth II 1926 – 2022”. Sono parole che scorrono sulla torre della televisione, che sono stampate alla fermata degli autobus al posto delle solite pubblicità. Mi chiedo come in pochi giorni questo materiale fosse già tutto pronto, e come in una notte Londra ne sia stata tappezzata così tempestivamente. Probabilmente si tratta di una parte del protocollo “London Bridge”, che scatta con la morte della regina e che è stato pianificato già da molti anni. 

Al British, nella sala centrale, sotto la cupola di vetro, c’era una foto in bianco e nero della regina, e davanti una scrivania, con un librone nero, su cui le persone potevano lasciare una dedica per la monarca scomparsa.

Sabato 10 settembre: uscendo presto la mattina, riesco a comprare dei giornali che il giorno prima si erano esauriti in pochissimo tempo. Prendo il Times e il Guardian; entrambi si concentrano sul nuovo re Carlo III, che, nel suo primo discorso da sovrano, ha segnalato l’intenzione di porre una continuità con l’operato della madre (insistendo sul concetto di Elisabetta II come madre – la parola “mother” ritorna cinque volte, e una volta Carlo usa la parola “mama” – privata e pubblica, nella famiglia reale come nella più grande famiglia del Regno Unito e del Commonwealth: come a sottolineare che, dall’8 settembre, molte persone sono diventate orfane).

Passo la mattina a Portobello Road, una strada lunga quasi due chilometri e percorsa da bancarelle di libri, dischi, gingilli vari e cibi etnici. In forme diverse, anche qui si celebra la regina Elisabetta.

Nel pomeriggio, prima di rintanarmi nella National Gallery, torno a Buckingham Palace. Migliaia di persone si sono affollate per i giardini e per le strade intorno al palazzo reale. Solo le transenne le contengono come fossero argini. Provo a crearmi un varco tra la gente, ma sono puntualmente respinto dall’immobile calca, dal muro di gomma di astanti che fanno foto col cellulare o recavano fiori. Ci sono persino degli addetti in veste viola che indicano dove posare fiori, messaggi, regali. 

Dopo essere stato alla National Gallery, attraverso Leicester Square, China Town e Soho, e trovo i consueti annunci, più questo che è riportato in foto: un messaggio privato di condoglianze da parte della catena di cinema Vue.

Infine prendo la metro per tornare a casa, a Kensal Town, e sulle scale mobili filmo questa scena: una sequenza intensiva dei classici annunci in memoria della regina.

 

Dopo una sosta a un ristorante iraniano, torno a casa, proprio per finire questo articolo che mai avrei pensato di dover scrivere. Ripenso a quello che il proprietario della casa ha detto quando sono arrivato: nel mondo ci sono almeno 200 paesi; a Londra, c’è almeno una famiglia per ogni paese del globo. Stare a Buckingham Palace, oggi, con tutta quella gente, tutte quelle lingue parlate contemporaneamente, tutti quei lineamenti differenti e distintivi, me lo ha fatto percepire, questo cosmopolitismo letterale e compiuto.

Londra si risolve nel cosmopolitismo, cioè nella dicotomia unicità – varietà. I londinesi si aggrappano tanto alla guida a destra, alla sterlina, all’autobus a due piani, al tè, agli stessi reali proprio perché intorno a loro c’è una grande e variegata comunità internazionale. Che per questo non è che non sia integrata. Ho trovato annunci di condoglianze fuori dai pub come nei ristoranti italiani e cinesi o nei minimarket indiani. È una ragnatela di intersecazioni culturali che funziona alla perfezione, e che in questi giorni trova un centro nella memoria della regina Elisabetta. E infatti Londra ha uno scheletro profondo, che è proprio una ragnatela fatta di intersecazioni che funzionano alla perfezione: la metropolitana. L’urbanistica è coerente con quello che è lo spirito dei suoi cittadini. 

Lo scrive, a Londra, un italiano che ha appena mangiato iraniano, che sta sgranocchiando dei ravioli cinesi da asporto avanzati da pranzo, e che presto, prima di dormire, berrà del tè che già sta bollendo.

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