Abbandonare un esercito

Un giorno lui e io andammo in bicicletta fino alla spiaggia per abbandonare un gatto; non un gattino: una femmina già cresciuta”. Così scrive Murakami Haruki, nel suo ultimo libro, Abbandonare un gatto, edito in Italia da Einaudi. Murakami racconta quella che è, per sua stessa definizione, “una spina rimasta in gola” per molto tempo: la storia di suo padre. E tutto comincia col gesto amaro, per nulla eclatante, di abbandonare un gatto, uno dei tanti che popolano il Paese del Sol Levante. E proprio come il maneki neko (gatto che non si schioda mai dalle abitazioni giapponesi, saluta sempre, soprammobile, per certi versi, eterno), anche il micio che Murakami e il padre vanno ad abbandonare risulta inseparabile: tornati a casa, i due se lo ritrovano nel salotto.

È un po’ la storia di un Paese, questa. Qualcosa che si vuole abbandonare, con dispiacere, ma che ritorna, imperterrito. E non parlo della tradizione millenaria dei giapponesi, quella un po’ folcloristica dei samurai o delle geishe. Ciò che pesa, sulle spalle del Giappone odierno, è l’altro ieri, non bisogna andare troppo indietro nel tempo, dove, anzi, troveremmo solo fonti d’orgoglio per un popolo già di per sé fiero. Murakami stesso pone l’accento su questo aspetto, descrivendo con dolore la partecipazione del padre alla guerra contro la Cina negli anni ’30. In Abbandonare un gatto, l’esperienza militare paterna si allunga come un’ombra sull’autore, tormentato da una sola, cruciale domanda: “C’era anche mio padre, quel giorno, a Nanchino?”.A Nanchino tra il dicembre 1937 e il gennaio 1938, l’esercito giapponese aveva trucidato 300.000 cittadini cinesi e violentato oltre 20.000 donne.

Murakami certo appura, per complesse questioni di reggimenti e divisioni, che suo padre, effettivamente, non era stato mandato a Nanchino. Ma la memoria del massacro, se non vacilla, quantomeno viene messa in pericolo da una buona fetta – anche se non maggioritaria – della popolazione giapponese. Avevano destato scandalo, ad esempio, certi manuali scolastici revisionisti, in cui si ridimensionavano, o addirittura negavano, i crimini perpetrati nella seconda guerra sino-giapponese (dal 1937 al 1945 si stimano circa 20 milioni di morti civili, tra i cinesi).

L’esercito nipponico, celebrato e maledetto nel passato, ad oggi, ufficialmente, è estinto. Idealmente, anche per le colpe di cui si era macchiato negli anni ’30 e ’40. De iure, un cittadino giapponese, per vedere un soldato del proprio Paese, deve consultare una foto d’epoca. Con la costituzione del ’46, imposta dagli Stati Uniti, il Giappone rifiuta di possedere delle proprie forze militari – recita l’articolo 9: “le forze di terra, mare e aeree, così come le altre potenzialità belliche, non saranno mai mantenute”. De facto, però, il Giappone ne dispone, di un esercito: le jieitai, formalmente “forze di autodifesa”, pensate inizialmente come un’espansione del corpo di polizia. E dal 2013 è in corso un processo di ufficializzazione di un esercito che effettivamente esiste, ma che non è riconosciuto come tale. Si tratta della riforma del celebre articolo 9, appunto, che ha tra i suoi più eccellenti paladini l’ex primo ministro Abe Shinzo, che he definito la manovra un “pacifismo positivo e attivo”.

La risposta a questa tendenza a riarmarsi è una sola: Cina. La Repubblica popolare è un vicino di casa che nessuno vorrebbe avere. Senza contare le umiliazioni ancora non digerite dai cinesi, che certo non aiutano a mitigare una competizione economica, di per sé, accesa. Il Giappone quindi ha, nel suo nemico storico, quello che si appresta ad essere lo stato più potente del mondo. Inoltre, la sua posizione strategica di arcipelago allungato, a formare una barriera tra l’Asia e il Pacifico, lo rende l’alleato perfetto per gli USA, interessati in prima persona a frenare il colosso cinese. È da anni, ormai, che in Giappone cresce la spesa militare: si stima che nel 2020 siano stati spesi circa 52 miliardi di dollari, cifra tra le più alte al mondo.

Ma la maggioranza del popolo giapponese si oppone alla riforma dell’articolo 9. Nonostante Abe, nelle ultime elezioni del 2019, abbia vinto ancora una volta, non ci sono abbastanza numeri per portare a termine il progetto. Anche i sondaggi remano contro: circa il 64 % degli interpellati si dichiara contrario a un’eventuale modifica della costituzione.

Il popolo giapponese, un tempo militarista, si rivela, oggi, complessivamente orgoglioso di una costituzione pacifista. Ma il pericolo che l’articolo 9 venga cambiato è tangibile, e i giapponesi lo sanno, anche se Abe non è più al potere.

L’esercito è all’orizzonte. È un po’ il gatto che ritorna a casa, quando lo si è voluto abbandonare.

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