Il disboscamento della foresta amazzonica

Negli ultimi 10 anni, sono stati persi circa 300.000 km2 di foresta, quasi quanto l’intera superficie dell’Italia. Persino durante il lockdown sono continuati i disboscamenti nella Foresta Amazzonica. Infatti, nel 2020 gli incendi sono aumentati del 24% rispetto a quelli degli ultimi tre anni. Nel mese di luglio, l’Istituto brasiliano di ricerca spaziale ha registrato solo nella foresta che fa parte del territorio brasiliano un aumento degli incendi del 28% rispetto agli incendi di luglio del 2019. Risultano 6.803 incendi per il 2020 e 5.318 per il 2019.

La deforestazione dell’Amazzonia non fa parte solo di una violazione dei diritti ambientali, ma anche umani. Infatti, gli Indios rischiano il genocidio, perché le fonti di sopravvivenza vengono distrutte dagli incendi. Inoltre, come denuncia Amnesty International, le persone che, ribellandosi, vogliono difendere l’ambiente, come Margoth Escobar, rischiano la vita perché minacciate dalle forze dell’ordine della zona.

“Dobbiamo continuare a difenderla ovunque siamo nel mondo”, dice Margoth Escobar, una donna che ha scelto di dedicare la sua vita a difendere l’ambiente e i diritti dei popoli nativi, “Il contributo che apportiamo alla natura è la cosa più preziosa che possiamo fare per le generazioni future. Stiamo cercando il bene comune per tutti, perché questa è la migliore eredità che possiamo lasciare all’umanità”.

La deforestazione del “polmone del mondo” è un problema globale: ricadranno gravissime conseguenze su tutti gli abitanti del pianeta. Il disboscamento dell’Amazzonia, che è la fonte del 20% dell’ossigeno sulla Terra, comporta una riduzione di ossigeno, e di conseguenza un mostruoso aumento dell’effetto serra, del riscaldamento globale, dello scioglimento dei ghiacciai, dell’inquinamento dei sistemi acquatici, del rischio di estinzione di moltissime specie animali. Per non parlare della distruzione di habitat naturali per colpa degli sbalzi di temperatura e del possibile collasso della biosfera. Pensiamo infatti che il 10% delle specie animali presenti sulla terra vivono in Amazzonia.

La fauna e la flora della medesima foresta sono in pericolo: secondo i biologi, solo in Bolivia sarebbero morti 2,3 milioni di animali selvatici. La perdita di così tanti esemplari in così poco tempo è alquanto preoccupante, perché riduce la biodiversità, e questo avrà conseguenze importanti e disastrose non solo sulla sensibilità dell’ecosistema della foresta.

Non deve essere tralasciato il fatto che il deforestamento in generale comporta la distruzione di un bellissimo patrimonio culturale, animale e  ambientale: una volta distrutta una foresta è impossibile rigenerarne una uguale.

Un’altra conseguenza inevitabile è la riduzione dell’evapotraspirazione, ovvero una riduzione dell’umidità e delle precipitazioni, ma non solamente nei luoghi degli incendi. Infatti nel nord ovest e nel nord della Cina, la media delle precipitazioni annuali è diminuita di ⅓ tra il 1950 e il 1985. Il disboscamento avrà come conseguenza anche l’essiccamento e l’erosione del terreno: invece di catturare l’acqua piovana, che filtrerebbe nel sottosuolo, il terreno disboscato diventa luogo di veloce deflusso acquifero superficiale, che poi porterà anche a frane. L’aumento di aridità porterà ad una trasformazione dell’Amazzonia in savana e se arriveremo a quel punto, arriveremo a quello che gli scienziati definiscono tipping point, ovvero il punto di non ritorno per l’intero pianeta. Fino ad oggi, l’Amazzonia è stata disboscata per oltre il 15% dal suo stato iniziale. Gli scienziati hanno riferito che arriveremo al tipping point quando supereremo il 25%. Perciò, gli incendi in Amazzonia devono cessare immediatamente.

Il presidente di estrema destra del Brasile, Jair Bolsonaro, aveva dichiarato nel 2019 che l’Amazzonia non è patrimonio dell’umanità e che è un malinteso soprannominare le loro foreste amazzoniche “i polmoni del mondo”. Dobbiamo capire, però, che non è la Terra che appartiene a noi, ma siamo noi che apparteniamo alla Terra, per questo le va portato rispetto. Anche se non è Patrimonio dell’Umanità ufficialmente, deve essere comunque preservata per il bene di tutti. Perché il nostro futuro dipende assolutamente anche dall’ambiente che ci circonda e dal rispetto con cui ci rivolgiamo ad esso.

Bolsonaro ha inoltre dichiarato nell’assemblea dell’ONU, sempre nel 2019:

 

La mia amministrazione si è impegnata in uno sviluppo sostenibile del Paese, uno dei più ricchi di risorse naturali al mondo. L’Amazzonia è un patrimonio, ma alcuni paesi, invece di aiutarci a preservarlo, con spirito coloniale mettono in discussione la nostra sovranità. Attacchi sensazionalistici come quelli di quest’estate da gran parte dei media internazionali hanno sollevato la nostra suscettibilità. In ogni battaglia, inclusa quella per la protezione dell’Amazzonia, deve prevalere il rispetto per la libertà e la sovranità di ognuno di noi. […] Durante questa stagione la siccità favorisce incendi spontanei e sappiamo che tutti i Paesi hanno problemi, ma gli attacchi sensazionalistici che abbiamo sofferto da grande parte dei media internazionali sugli incendi ha risvegliato il nostro sentimento patriottico.

 

Innanzitutto, l’Amazzonia è una foresta pluviale, il suo nome deriva appunto dal latino pluvia, ovvero pioggia, quindi il clima dell’Amazzonia non è secco, ma umido. Quando avvengono incendi naturali, in particolar modo nella stagione più secca, vengono spenti poco dopo dalla grande quantità di precipitazioni presente. A tal proposito, Christian Poirier, direttore del programma dell’organizzazione no profit Amazon Watch, nel 2019 smentisce alla grande la teoria di Bolosonaro:

 

La stragrande maggioranza di questi incendi è provocata dall’uomo. Anche durante le stagioni secche, l’Amazzonia, una foresta pluviale umida, non prende fuoco facilmente, a differenza delle arboree secche della California o dell’Australia. Gli agricoltori e gli allevatori hanno usato il fuoco per molto tempo per sgombrare la terra e ci sono probabilmente loro dietro il numero insolitamente elevato di incendi che bruciano oggi in Amazzonia. Rispetto agli anni scorsi, la distruzione di quest’anno è senza precedenti. Secondo l’Osservatorio sul clima brasiliano, gli incendi sono solo il sintomo più evidente della politica irresponsabile di Bolsonaro. Infatti il presidente ha tagliato i fondi all’agenzia di controllo ambientale del Brasile per 23 milioni di dollari, lasciando ad agricoltori, allevatori, minatori e taglialegna  la possibilità di abbattere alberi per fare spazio alle attività produttive, alimentando la deforestazione insostenibile.

 

Una domanda legittima da farsi, la stessa che si faceva il giudice Giovanni Falcone, è: chi ci guadagna? Sicuramente ci guadagnano le multinazionali, molte delle quali possiedono industrie, per loro vantaggio e comodità, in America Latina, in Africa e in Asia. Quelle che sembrano essere maggiormente coinvolte sono la McDonald, Burger King, Nestlé, Sysco, BUNGE, KFC, JBS, COSTCO, Cargill, Walmart e ASDA, le quali si servono in particolar modo di soia, carne, legna e altre materie prime, provenienti prevalentemente dai territori disboscati dell’Amazzonia. Il WWF rende noto che per allontanarci dal tipping point dobbiamo ottenere norme che impediscono alle aziende di importare beni che hanno determinato la deforestazione. Sappiamo che le multinazionali coinvolte sono disposte a far uccidere per vendere, ma se nessuno compra non ne avranno la possibilità, e quindi non avranno più interesse a far uccidere i contadini e gli allevatori della zona, atto da cui se ne escono, comunque, a mani pulite.

Dobbiamo dire no ai prodotti contenenti alimenti provenienti dai territori dell’Amazzonia ed essere consumatori responsabili. Non abbiamo bisogno di prodotti sporchi del fuoco che sta incendiando la foresta uccidendo esseri viventi. Non li vogliamo.

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