C’è un problema con la polizia, non solo in America

Il 25 Maggio, a Minneapolis, un poliziotto bianco ha ucciso un afroamericano. Di nuovo.

Di nuovo perché, si sa: quello di George Floyd non è un caso isolato. In America un maschio afroamericano su mille muore nelle mani della polizia. Negli ultimi trent’anni, soltanto in Minnesota, ci sono stati duecento casi simili. Duecento. In uno Stato che ha la metà degli abitanti della Lombardia. Duecento. Allora: siamo davvero sicuri di non voler aprire un dibattito serio e profondo? Siamo davvero sicuri che tutto vada bene così com’è?

Gli abusi da parte di poliziotti avvengono con una frequenza inimmaginabile; e non si tratta di un’esclusiva degli Stati Uniti. Certo, il problema razziale, così radicato nei vari aspetti della società americana, rende ogni paragone grottesco. Ma non possiamo ignorare quello che avviene in Italia. Anche noi conosciamo bene le violenze in divisa, purtroppo.

L’inadeguatezza di una parte delle forze dell’ordine è un pericolo trasversale, che riguarda tutte le democrazie occidentali. Il video di Floyd soffocato dal peso di un agente, così come le foto del volto livido di Stefano Cucchi dopo una settimana passata in caserma, sono le prove di una comune realtà problematica, da rimettere tutta in discussione. Dall’inizio alla fine.

Partendo da molto lontano, possiamo notare come la nostra sicurezza si basi su moltissimi accordi impliciti. Alcuni tra questi sono stati i nostri nonni a volerli, altri i nonni dei nostri nonni, altri ancora non li ha voluti nessuno, ma esistono e ne dobbiamo prendere atto. Uno dei più importanti accordi che regolano la nostra vita è quello che ci impone di rinunciare ad alcune delle nostre libertà in cambio di protezione da parte dello Stato: se ciascuno fa il suo dovere, il cittadino è sicuro e lo Stato legittimo.

Dal momento della sua creazione, lo Stato ha però ignorato in molti casi i propri doveri verso i cittadini, e ogni volta che lo ha fatto la fiducia nei suoi confronti si è più o meno incrinata. Tuttavia, visto che la situazione generale si è sempre rivelata accettabile, mai qualcuno ha davvero pensato di ritirarsi dal patto, anche se negli anni sono state mosse molte critiche. Che motivo di esistere ha uno Stato che si serve della propria forza per uccidere un uomo inerme?

Ecco. Rispondere a domande come questa è un compito difficile, clamorosamente difficile. E non parlo soltanto a nome mio, ma a nome di tutti quelli che credono nella necessità di una struttura statale e, al tempo stesso, condannano ogni forma di violenza. È un compito difficile perché sappiamo che per dare una risposta è necessario fare un passo indietro almeno su una delle due posizioni. E non siamo intenzionati a farlo. Nemmeno lontanamente. Per mille motivi diversi.

È quindi necessario che nessuno faccia più quella domanda. No, non dico di ignorare il problema. Ma di provare a risolverlo. Come? Non lo so, altrimenti l’avrei già detto. Sono soltanto sicuro, molto sicuro, che a troppi poliziotti manchi una reale consapevolezza della propria funzione, che è quella di proteggere i cittadini, non di opprimerli. Ancora troppo spesso vediamo situazioni di non-pericolo trasformarsi in momenti di violenza insensata. Insomma: serve un cambiamento di mentalità, una riforma culturale che coinvolga tutte le forze dell’ordine. Renderle all’altezza del compito delicatissimo che spetta loro non è una necessità, ma un’urgenza.

Caporedattore attualità.
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