Antisemitismo, dalla Mesopotamia alla Germania nazista

Il 27 gennaio del ‘45 la XV armata del generale Kurockin spalancò i cancelli di Auschwitz e passò sotto l’insegna che recita “Arbeit macht frei”: per quella porta infernale erano passate centinaia di migliaia di persone. Di inferno si trattava quel che accadeva all’interno. Tuttavia quelle anime che entrarono erano innocenti: i dannati di cui Dante parla subivano la pena adatta ai loro peccati; i bambini, le madri, le mogli, gli anziani, i giovani di cui Auschwitz-Birkenau si riempiva avevano una sola colpa, erano colpevoli di appartenere a un’etnia, di essere ebrei.

È questa dannata motivazione che portò un popolo a morire? No, dico io, no dite voi, no diciamo tutti: non è a causa del solo razzismo che nazisti, fascisti e altri che, conquistati dall’idea della superiorità razziale, dalla ricerca di un capro espiatorio, pianificarono lo sterminio di massa. Furono l’omertà e la diffidenza, consolidate da una lunghissima tradizione di odio radicata sin dai tempi antichi e che persiste ancora oggi. Bastano pochi esempi per provare quanto la Storia sia costellata di olocausti: l’antigiudaismo nell’Ellenismo e nell’Antica Roma, le discriminazioni di papa Leone Magno nel V secolo, le Crociate, le persecuzioni spagnole del ‘400 e ‘500, i protocolli dei Savi di Sion, e poi il ‘razzismo’ dell’età moderna.

Andiamo con ordine e facciamo chiarezza.

Sappiamo che i primi travagli del popolo ebraico risalgono al tempo delle civiltà mesopotamiche: è sotto il dominio assiro che avviene la cosiddetta “cattività babilonese”. Il re Nabucodonosor II trasferì a Babilonia come prigionieri di guerra numerose famiglie dal regno d’Israele ー o meglio dai due regni, quello di Giuda e quello di Israele ー; fu un trauma per gli esiliati, che dovettero accettare il fatto di essere privati della loro identità e della loro religione e della loro terra: la Terra Santa, che nell’Antico Testamento Dio aveva indicato loro, quella a cui erano stati condotti da Mosè e che, sotto il re Davide, avevano conquistato.

Caddero gli Assiri, salirono al potere i Persiani, e il loro re, Ciro il Grande, permise loro di tornare alla Terra di Canaan.

Caddero i Persiani per mano di Alessandro Magno, che lasciò libertà di culto in ogni regione del suo impero; quando morì, nella zona dell’Egitto e della Palestina si insediò la dinastia dei Tolomei che proseguì la politica di tolleranza del grande re macedone. Ma nelle continue guerre tra i diadochi la Palestina entrò nel dominio dei Seleucidi: dopo un periodo di piacevole convivenza, i rapporti si incrinarono quando Antioco IV proibì la circoncisione e tutte le feste ebraiche. Si scatenò una rivolta e venne rifondato il regno d’Israele. I Romani lo conquistarono e lo resero prima uno stato-satellite, poi una prefettura: è in questa occasione che avvenne la Passione di Cristo.

Nel mondo antico l’avversione per gli ebrei non aveva ancora veri e propri fondamenti religiosi, e infatti ci furono periodi di pace e convivenza, e generalmente le persecuzioni avvennero per motivi politici o per l’atteggiamento chiuso nei confronti dei dominatori che tentavano di indebolire la compattezza del popolo ebraico, che poteva essere fonte di rivolte ben organizzate: è il caso dei sovrani greci che cercarono di ellenizzarli, fatto che si risolse con la faccenda di Antioco IV; è il caso dei Romani, che ben sapevano quanto tesa fosse l’atmosfera tra le numerose fazioni ebree degli Zeloti, dei Farisei, degli Idumenei: Gesù fu lasciato morire per placare queste fazioni, che temevano la concorrenza di Cristo nella guida del popolo ebraico, e Ponzio Pilato aveva paura sia del movimento sorto attorno a Gesù, sia delle altre fazioni.

Quando Gerusalemme fu conquistata da Tito, figlio dell’imperatore Vespasiano e suo successore, dopo mesi di assedio, dovuti alla strenua resistenza degli ebrei, molti di essi furono deportati a Roma; l’evento più importante però fu la completa distruzione del Tempio di Salomone. Fu l’inizio della Grande Diaspora. Gli ebrei si sparsero in lungo e in largo formando delle piccole comunità in Oriente, poi in tutta Europa, ormai cristiana.

Arco di Tito (dettaglio)

 

L’avvento del cristianesimo nell’impero romano fu parzialmente negativo per gli ebrei, poiché si formulò per la prima volta l’accusa di deicidio, e già sotto Costantino si promulgarono numerose leggi che ne limitavano i diritti. Nell’Impero Bizantino la repressione fu più violenta a causa del cesaropapismo (ovvero il fatto che l’imperatore deteneva anche il massimo potere spirituale) e venne introdotta la conversione forzata, a meno di perdere il diritto di possedere schiavi, candidarsi a cariche pubbliche, sposarsi con non-ebrei e l’uso della lingua ebraica. In Occidente, invece, la Chiesa assunse una duplice posizione: da una parte si accusava il popolo ebraico di deicidio, e in nome di questo venivano condotte le peggiori azioni, dall’altra non venne vietata la religione ebraica in quanto essa rappresentava il popolo eletto da Dio prima dei cristiani. Nel V secolo, papa Leone I Magno promosse la prima lotta pro fide agere che riguardava tutti i non credenti, ma riferendosi agli ebrei li chiamava “scellerati, empi, abietti, miscredenti, sacrileghi carnefici di Dio. Servi e mercenari di Satana”.

Uno dei periodi più bui fu senz’altro quello delle Crociate. Un’enorme folla incontrollabile di guerrieri animati da una fede cieca e folle che si muoveva a branchi per l’Europa devastando tutto ciò che si trovava davanti: era ovvio che si sarebbero scagliati contro i primi infedeli che avessero trovato, arraffando tutti i loro beni. E per di più era già diffusa la diceria, fondata sullo stereotipo dell’ebreo usuraio, che fossero tutti ricchi. La Prima Crociata in particolare fu la più cruenta, perché prima della partenza dei nobili una massa di sbandati si era già messa in viaggio, attraversando la Germania e i Balcani; messi alle strette dalla mancanza di viveri si rivolsero contro gli ebrei. Presa Gerusalemme, senza far distinzioni, chiusero in una sinagoga tutti gli ebrei che trovarono e le diedero fuoco.

La peste fu un altro motivo per addossare tutte le colpe agli ebrei; girò subito la voce che essi l’avessero causata avvelenando i pozzi. È inutile dire che ciò scatenò innumerevoli pogrom per scongiurare il pericolo.

In Spagna, nel 1492, quando i due regni cattolici di Castiglia e d’Aragona si unirono, sotto la regina Isabella e il re Ferdinando II, fu pubblicato l’Editto dell’Alhambra, per il quale furono esiliati tutti i cittadini di fede ebraica, e venne istituita l’Inquisizione spagnola. A capo di essa stava Torquemada, confessore personale dei sovrani, che per mezzo di torture e battesimi forzati convertiva gli ebrei; i “marranos”, così erano chiamati gli ebrei convertiti, vennero banditi in ogni caso qualche anno dopo. Trovarono rifugio in Toscana, in alcune città dell’Italia settentrionale e in Olanda.

Solo negli ultimi anni del 1700 gli Stati europei manifestarono la propria tolleranza formale. Rimasero tuttavia tracce di antisemitismo: l’Affare Dreyfus (1894 – 1906) offre un esempio lampante. Alfred Dreyfus, un maggiore dell’esercito francese, fu accusato di alto tradimento e condannato; l’accusa, qualche anno dopo, si rivelò basata su documenti falsi.

Degradazione di Alfred Dreyfus (illustrazione dell’epoca)

 

La Russia zarista restò sulla linea del pensiero antiebraico: la polizia segreta dello zar, l’Ochrana, creò un documento che attestava un complotto ebraico e massonico con l’obiettivo di conquistare il mondo; nel giro di poco tempo ne fu comprovata la falsità, ma, nonostante ciò, ebbe molta diffusione negli ambienti estremisti di tutti gli Stati europei. Ecco che, dopo la Prima guerra mondiale, in Germania si diffuse un profondo malcontento. L’inflazione affliggeva la neonata Repubblica di Weimar, la guerra, voluta così tanto dal kaiser Guglielmo II, era stata un completo fallimento e i territori tedeschi erano continuamente invasi dalla Francia, nonostante i patti dell’armistizio; il popolo, come sempre in queste situazioni, cercava un capro espiatorio per tutte quelle calamità. E Hitler e il suo partito Nazionalsocialista glielo fornirono: chi poteva essere se non un’etnia come quella ebraica, vessata sin dai tempi antichi? E chi altri se non i socialisti, che avevano così tanta affinità con i comunisti?

Tra l’altro Marx era di origine ebrea e molti ebrei avevano partecipato alla Rivoluzione d’Ottobre: quale migliore combinazione? Dunque, frutto della convinzione tradizionale tramandata dai ceppi più estremisti del cristianesimo e della propaganda hitleriana, la popolazione prese di mira gli ebrei e abbracciò la politica antisemita.

In Italia, il fascismo si aggiunse alla corrente nazista e la accompagnò passo passo; sì, in un primo tempo, la dittatura non aveva mai mostrato chiari segni di antisemitismo, ma quando in Germania si affermò il nazismo, essi comparvero subito anche in Italia. La posizione di Mussolini rimase in ogni caso ambigua fino alle Leggi razziali del ‘38. La persecuzione degli ebrei in Italia avvenne tra l’indifferenza e la collaborazione. Il concetto della razza ariana superiore si era diffusa e ben presto le comunità ebree furono escluse dalle scuole, dal commercio, da tutte le attività pubbliche; si cercava una separazione netta tra ebrei e non-ebrei e si spingeva all’emigrazione. Quando la guerra prese una piega sfavorevole per l’Asse, vennero incrementati i rastrellamenti e fascisti e nazisti cominciarono le deportazioni vere e proprie; sul suolo italiano erano presenti ben 54 campi di internamento, sebbene una buona parte non fosse adibita agli ebrei, ma ai prigionieri di guerra e politici: quello di Fossoli senza dubbio fu usato come campo di concentramento per ebrei italiani (tra gli altri, Primo Levi).

Dopo la guerra e dopo l’intera tragedia della Shoah, ci fu a lungo in Italia un silenzio a riguardo: l’Amnistia Togliatti prova quanto l’appena nata Repubblica fosse dilaniata da conflitti interni; si pensò, a quanto pare, che non conveniva riaprire ferite così profonde. Dunque, l’indifferenza della gente persistette anche nel dopoguerra, e persiste ancora un certo odio, nascosto, di sottofondo, ma sempre presente negli strati più razzisti della popolazione.

Il 4 luglio del 1946, a Kielce, in Polonia si consumò un pogrom ai danni degli ebrei sopravvissuti ai campi di sterminio. La folla, sotto lo sguardo indifferente delle forze dell’ordine, linciò oltre cento ebrei, massacrandone quaranta.

Nella mentalità della gente era ancora radicata l’idea dell’ebreo perverso e inferiore. E lo è ancora adesso.

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