Già nel 2021 un rapporto ONU ammoniva su di un possibile primo uso in situazioni belliche di droni (arma di per sé semi-autonoma) in un inedito utilizzo completamente “autonomo”. Il rapporto vuol riferirsi all’utilizzo di droni turchi nei territori di guerra libici, i quali avrebbero, senza la necessità di un collegamento con un operatore, selezionato il bersaglio da colpire. Negli ultimi anni si è potuto vedere il celerissimo sviluppo della tecnologia dell’intelligenza artificiale fino a renderla cruciale negli attuali conflitti, anche poiché questi ultimi offrono perfette occasioni per dispiegare e sperimentare i nuovi armamenti.
Il caso in cui l’AI bellica “eccelle” maggiormente è epitomato proprio nel genocidio palestinese dal sistema di processamento dati, denominato cinicamente the Gospel (il Vangelo). Il sistema analizza i miliardi di dati provenienti da immagini satellitari di droni, intercettazioni e comunicazioni del nemico e li traduce in bersagli, rendendolo così artefice di attacchi perfettamente analitici. Perciò nell’attuale riarmo sono naturalmente predilette le tecnologie basate sull’intelligenza artificiale, in particolare gli Stati Uniti stanno spingendo attraverso il mercato delle Foreign Military Sales, ovvero le vendite militari all’estero, affinché siano esportati tali sistemi ai propri alleati per favorirne la superiorità tecnologica. Bisogna inoltre notare che la commercializzazione di tecnologie AI è finalizzata per la strategia nazionale di difesa USA a garantire che gli alleati utilizzino piattaforme compatibili.
In merito all’uso di intelligenza artificiale in guerra sorge subito il sogno da sempre inseguito da politici e strateghi di conflitti a “perdite zero”, ma, sicuramente per adesso, tale sogno è solo popustica mitopoiesi, dato che più che conflitti a “perdite zero” bisogna presagire soltanto ingenti perdite tra i ranghi nemici a costo zero. Ed oltre a ciò si manifesta la contraddizione in cui entrerebbe tali sistemi bellici con i principi fondamentali del diritto umanitario. Si riscontra una certa difficoltà nel pensare a come possa l’intelligenza artificiale sviluppare in primo luogo sistemi capaci di distinguere bersagli leciti e illeciti, militari e civili, considerando inoltre i prigionieri di guerra e rifugiati. In secondo, non essendo dotata di capacità cognitive o emotive, è una valutazione precarizzata credere che abbia la facoltà di stimare l’importanza di un bersaglio in relazione al numero di perdite umane o i danni alla popolazione civile, i beni culturali e civili.
Ma per quanto, forse utopicamente, il progresso possa risolvere queste ultime problematiche, resterebbe comunque da considerare la questione del principio di responsabilità. Difatti, si snodano innumerevoli possibilità riguardo a su chi debba ricadere la responsabilità di una tecnologia autonoma nell’eventualità di ingiustificate sofferenze del nemico o della popolazione causate in un attacco. Ciò incentiverebbe ineluttabilmente la fine della regolamentazione della guerra o direttamente la terminerebbe. In ultima analisi, l’impiego di tecnologie autonome in situazioni belliche e la forte riduzione di perdite tra le proprie fila potrebbe presumibilmente rendere più difficoltosa la resistenza dei governi, ma primariamente degli individui, alla tentazione della guerra, rendendo inoltre la società civile uno spettatore ancor più passivo alle scelte politiche nei conflitti.
A cura di Marie Blaszczyk