Nuovi fasci e vecchie retoriche

Prima del un repentino passo indietro, Donald Trump aveva definito gli agenti dell’ormai notoria agenzia ICE dei ‘patrioti’ («Lasciate che i nostri patrioti dell’ICE facciano il loro lavoro!» scrive il Presidente su Truth); un termine, questo, carico di significato, che mal si presta a un corpo armato che al 7 gennaio 2026 aveva già ucciso 32 persone dall’inizio dell’anno – non solo stranieri entrati illegalmente nel paese, ma anche cittadini bianchi. Ora che qua in Italia abbiamo accolto queste forze d’ordine speciali a Milano per i giochi invernali, forse vedremo più da vicino Gregory Bovino, comandante in capo delle unità Border Patrol, sfilare nel suo taglio finemente militaresco e nel suo doppiopetto nostalgicamente verde: non a caso il Governatore della California Gavin Newson ha chiosato «è come se avesse comprato su eBay un’uniforme delle SS». 

Qualcuno si aspettava, dal comportamento inizialmente adottato da Trump dopo la morte di Renée Good, che sarebbe stato invocato l’Insurrection Act, trattato nella Sezione 251 della Costituzione statunitense. Pur non essendo stato fatto, l’ICE ha finora agito (e continua a farlo, anche se non alla luce del giorno) contro i limiti che la stessa carta costituzionale impone alle forze di polizia, guadagnandosi così appellativi come “la milizia privata di Trump” o di “Gestapo” in versione a stelle e strisce. Quello che nessuno, o quasi nessuno si aspettava era la brutale ondata di violenza che l’intervento di queste forze a Minneapolis ha portato con sé e, soprattutto, ha stupito tutti che violenze di questo genere avessero luogo negli USA – che, opinioni a parte, ha finora rappresentato per l’Europa un modello democratico per quasi due secoli. 

Ma adesso le cose sono cambiate. Contemporaneamente con l’esponenziale diffusione dell’estremismo (specialmente di destra) e della radicalizzazione violenta di cui negli ultimi anni siamo stati spettatori, l’America ha cessato di essere nell’imaginario di molti un modello democratico positivo. Anzi, forse adesso i ruoli si sono ribaltati completamente: l’Europa, e nello specifico la sua storia di guerre e imperialismo, funge ora da modello per l’azione degli USA, sia nella sua politica interna che nel panorama internazionale. Abbiamo visto come i corpi di polizia adottino forme sempre più simili al cameratismo, come gli interessi economici di grandi sistemi capitalisti influiscano sul mercato globale (basti pensare ai dazi) e come la sovranità di uno Stato ‘occidentale’ venga prima di uno in qualsiasi altra parte del Mondo (Venezuela, Iran, ecc…).

Più volte è stato dato del fascista al Presidente statunitense, ma su quale base? Non si tratta di una semplice frase fatta, vuota di significato – anche se ci siamo purtroppo abituati ad attribuire certi termini con eccessiva leggerezza, a mio parere. Molte delle politiche trumpiane condividono non tanto lo spirito quanto i modi del fascismo: a partire, quasi a seguire una linea temporale del suo secondo mandato, dai dazi. 

Economicamente parlando, imporre dazi tende ad aumentare i prezzi ma diminuire l’inflazione nel tempo; l’effetto sugli altri paesi, e in particolar modo su quelli con governi instabili e industrie poco sviluppate, ragioni per cui sono portati a dipendere sempre di più dal commercio estero con le grandi potenze, è tipicamente disastroso.

Basti pensare a Cuba, su cui gli USA hanno posto un embargo già più di cinquant’anni fa e che oggi è di nuovo sotto la minaccia di dazi che esporrebbero sempre di più la popolazione alla fame, alla povertà e alle malattie. La ‘guerra dei dazi’ di Trump non è altro che una politica autarchica, che mira a potenziare le industrie nazionali, ma in conclusione riesce solo a danneggiare economicamente le fasce più povere della popolazione mondiali (e quindi anche quella statunitense), a favore dei grandi capitali. Autarchica era anche l’Italia fascista, come dovremmo tutti ben ricordare. 

Make America Great Again ha riportato sulla scena politica internazionale anche un tipo di populismo che non si vedeva da tempo, quantomeno non con tanta risonanza. Da tempo in America non si parlava di patria, di nazione, di privilegi e di identità culturale. L’autarchia a livello politico si traduce subito in isolazionismo culturale, perciò repressione di ogni diversità; l’ICE è solo un mezzo per attuarla, ma la questione è ideologica e più profonda. 

Soprattutto, l’autarchia non funziona senza unità interna, ma ha bisogno di un metus hostilis (direbbe Sallustio) e parallelamente di creare coesione tra la gente attraverso una retorica di appartenenza culturale e di origine geografica; è molto facile convincere una persona nata in Italia che in quanto italiana ha dei diritti e dei doveri, delle tradizioni e delle caratteristiche che la rendono diversa dagli altri popoli – che la rendono speciale. Ma, ovviamente, di fatto si elimina ogni specificità della persona e la si definisce solo in base alla sua origine, o alla sua patria, o alla sua nazione. Così, per il fascismo, una persona trova la sua dimensione politica solo nell’appartenenza a una massa. 

Forse Trump non parla di razze (perlomeno non con questo termine fuori moda) ma senza dubbio parla di patria, come abbiamo visto. C’è però gente che ancora crede a queste teorie, e basta solo guardarci attorno per capirlo. Qualcuno rivendica di avere «gocce di sangue di Enea, Romolo, Giulio Cesare, Mazzini e Garibaldi nelle vene» in contrasto a «un lavaggio del cervello da parte di chi vorrebbe favorire l’eliminazione di tutte le differenze, comprese quelle tra etnie, per non chiamarle razze»; e questo ‘qualcuno’ è Roberto Vannacci.

Forse per alcuni sarà un cliché sottolineare questa cosa, ma le parole appena citate ricordano straordinariamente quelle di Benito Mussolini pronunciate il 7 novembre 1921 al Teatro Augusteo di Roma*: «io non voglio essere un Mosè sbarbato che vi dice: “Ecco le tavole della legge, giuratevi sopra!”. No. Intendo dire che il Fascismo si preoccupi del problema della razza; i Fascisti devono preoccuparsi della salute della razza con la quale si fa la storia. Noi partiamo dal concetto di Nazione; che è per noi un fatto, né cancellabile, né superabile. Siamo quindi in antitesi contro tutti gli internazionalismi». E continua, con parole ancor più interessanti: «partendo dalla Nazione, arriviamo allo Stato, che è il Governo nella sua espressione tangibile. Ma lo Stato siamo noi: attraverso un processo vogliamo identificare la Nazione con lo Stato». 

Ci si potrebbe chiedere a questo punto perché i fascisti si concentrino tanto sull’uso del termine ‘nazione’ (rigorosamente con la maiuscola nel testo del discorso); cos’è, dopotutto, la nazione? Possiamo dire quasi con assoluta certezza che non è una singola persona ma una massa, che esistono tante nazioni, tutte diverse l’una dall’altra; è intrisa in questo termine pesante una lunga tradizione socio-culturale, prima che politica. Dal concetto di nazione, già in sé complesso, deriva quello di nazionalismo.

Scrive Francesco Tuccari nel suo saggio Nazionalismo (1996): «Con esso [sott. il termine nazionalismo], infatti, si fa di volta in volta riferimento al processo storico complessivo della formazione dello Stato nazionale; all’insieme delle idee, delle teorie e delle ideologie che in vario modo affermano il principio del valore eminente della ‘nazione’; ai movimenti organizzati e ai partiti che sulla base di tali teorie progettano di fondare, di consolidare o di espandere il proprio Stato nazionale; a uno specifico sentimento di appartenenza, che può essere altresì ‘naturale’ o costruito; e ancora, a un complesso di meccanismi di comunicazione e di integrazione sociale che svolgono una funzione decisiva nei processi di modernizzazione». 

Lo definisce appunto un ‘sentimento’ lo storico Tuccari; se riprendiamo ancora una volta le parole di Mussolini e cedere a lui il compito di farci capire i complessi meccanismi del nazionalismo, scopriremo lui lo intende come un giuramento su cui si basa l’intera sovranità dello Stato: «vi raccomando di tener fede al principio animatore del Fascismo. In un canto del Paradiso, Dante esalta la figura del poverello di Assisi, che dopo aver sposato la povertà “poscia di dì in dì l’amò più forte”. Questo, o fascisti, è il nostro giuramento: amare di dì in dì, sempre più forte questa madre adorabile che si chiama: Italia».

Oggi, in un’epoca che ancora non ha fatto completamente i conti con gli errori del passato che la Storia, come se da sola fosse capace di guidare le azioni degli uomini, dovrebbe insegnarci ad evitare, vediamo invece solo un circolo vizioso di indottrinazione all’ignoranza di massa. Vogliono che dimentichiamo, anzi, che non sappiamo affatto; ma a questo punto sapere di non sapere non è più un segno di liberazione della ragione dalle catene della società, ma viceversa. 

Diviene sempre più importante per ognuno di noi riconoscere un sopruso, da chi è stato fatto e perché, e non fuggire davanti al fascismo che cresce e prospera all’interno delle istituzioni repubblicane. Al fascista, ieri come oggi, non interessa che la vittima designata dalla ‘Nazione’ sia cittadino o immagrato, donna o uomo, adulto o bambino; altrimenti si sarebbe fermato, come si è fermata ogni persona che ancora mantiene un minimo di umanità, di fronte alla crudele cattura di Liam Conejo Ramos. Non è in mio potere dare istruzione agli altri su come agire, ma se ci teniamo ai nostri diritti dobbiamo aggrapparci all’antifascismo costituzionale e non cedere indulgenti verso chi ancora ha nostalgia del fascio. 


Fonti

* Nel corso della mia ricerca per scrivere questo articolo mi sono imbattuta in una lunga serie di siti curiosi; uno tra questi è Biblioteca Fascista, completamente open-source e accessibilissimo, una sorta di enciclopedia della camicia nera. Da qui ho tratto le citazioni di Mussolini.


A cura di Agnese Tozzi

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