«Aurora, mi manchi».
Inizia così il nuovo film di Paolo Sorrentino: una poesia visiva, una riflessione intensa e stratificata sull’amore, sulla vita, sulla morte e sul concetto di grazia, intesa nelle sue molteplici forme – divina, giuridica, umana.
Mariano De Sanctis, stimato giurista e Presidente della Repubblica ormai giunto alla fine del suo mandato, fuma una sigaretta mentre, a sua insaputa, ascoltiamo i suoi pensieri. Terminato l’ultimo tiro, rientra al Quirinale, dove la figlia – anche lei giurista – lo attende nel suo studio. Il Presidente deve prendere una decisione cruciale, che alla figlia sta particolarmente a cuore: firmare o meno la legge sull’eutanasia. Eppure, manca il coraggio. «Se non firmo, sono un torturatore. Se firmo, un assassino», dice, tentando di giustificare la sua immobilità alla figlia stanca e disperata.
Accanto a questo dilemma se ne presentano altri due. De Sanctis deve decidere se concedere la grazia – provvedimento che estingue o condona la pena – a due condannati: Isa Rocca, giovane donna che ha ucciso il marito, e il professor Arpa, colpevole dell’omicidio della moglie. Parallelamente, anche se in modo del tutto distaccato dalla narrazione, un ingegnere si trova su una navicella spaziale, solo, disperso nel vuoto cosmico, libero dalla gravità. Il Presidente pensa spesso a lui: un uomo sospeso, lontano da tutto, leggero. È proprio da queste quattro cornici, apparentemente distanti e drammatiche, che nasce una riflessione profonda sul senso della vita, dell’amore e della religione.
Il fulcro tematico del film è la grazia. Grazia divina, nel rapporto intenso e intimo tra il Papa e il Presidente, che illumina il perdono assoluto, la redenzione, l’allontanamento dal peccato. Grazia giuridica, nelle mani di chi ha il potere di decidere della vita altrui. Grazia amorosa, fragile e ambigua, che può salvare o distruggere. Aurora – moglie di De Sanctis – è il cuore invisibile della sua esistenza. Da quando lo ha lasciato solo, la sua vita è diventata vuota, priva di passioni e di senso. Il dolore, i dubbi, l’assenza lo hanno reso un uomo sospeso in un’agonia silenziosa.
Ma cosa rappresenta, allora, l’amore? È vita o è morte? È salvezza o condanna?
Isa Rocca afferma di aver ucciso il marito per amore. Era malato, soffriva, la faceva soffrire. La rinchiudeva in cantina, la torturava. Uccidendolo, dice, lo ha liberato dalla sua malattia terminale. Ma è davvero amore questo? È eutanasia o omicidio? Lui non voleva morire, eppure lei ha scelto per entrambi. Il professor Arpa, invece, ha ucciso la moglie malata di Alzheimer. Non chiede grazia. In carcere si lascia morire: non mangia, non beve, non parla con nessuno. Per lui, morto l’amore, deve morire anche la vita. Solo così potrà dimenticare, tornare leggero. Ed è proprio di leggerezza che parla il film. La leggerezza di non dover scavare sempre fino alla radice delle cose, di non pretendere risposte definitive, di sapersi fermare alle apparenze per non rimanere intrappolati nell’agonia.
L’agonia di De Sanctis è quella di un uomo che non ha mai smesso di chiedersi perché la moglie lo abbia tradito quarant’anni prima. Chi era l’amante? Perché? Non riesce a dormire, non riesce a lasciar andare. Lo percepisce ovunque: tra la folla, tra le persone che lo circondano. Persino durante il funerale della moglie, si alza, guarda intorno, cerca il colpevole. È paradossale che, nel momento di massimo distacco – la morte – cerchi ancora il traditore.
La sua è un’agonia fatta di domande aggressive, di bisogno di risposte e di paura di ottenerle. Non saprà mai la verità, e questa sarà la sua condanna. L’amore è il sentimento del contrario: è essere una cosa e al contempo il contrario di essa, è forza e debolezza, è bufera e raggio di sole, vita e morte. Amare e tradire, amare e ferire, amare come alibi della morte, amare come celebrazione della vita.
Una domanda attraversa più volte il film: «Di chi sono i nostri giorni?». Sono delle persone che amiamo, che danno senso al tempo con la loro presenza o assenza? Sono di Dio, che decide quando veniamo al mondo e quando ce ne andiamo? Sono dei potenti, di chi giudica, governa, controlla le nostre vite? La risposta finale è spiazzante: i nostri giorni sono nostri; abbiamo solo paura di riconoscerlo. Ci sottomettiamo per amore, per fede, per lavoro, rinunciando alla nostra libertà. Il tempo deve appartenere a noi, ai piaceri che possiamo trarne, a quella leggerezza che il film invoca come salvezza. Come direbbe Seneca: «Non è che di tempo ne abbiamo poco, ne sprechiamo tanto». Lo regaliamo a chi non lo merita, a chi non farebbe lo stesso per noi.
Questa è l’agonia contemporanea: svendere il nostro tempo, consegnare la nostra leggerezza a qualcun altro. Perché l’amore è vita, sì, ma non deve mai diventare morte. E finché continueremo a chiamare amore ciò che produce dolore, possesso e distruzione, continueremo a confondere la vita con la sua negazione. Quello che procura morte non è amore. Non lo è mai stato, e mai lo sarà.
A cura di Guendalina Lazzeri