Donne nella sventura e nella libertà

«Fra tutte le creature dotate di anima e intelligenza, noi donne siamo le più sventurate».

Così afferma Medea nel celebre discorso che destina al coro, le donne di Corinto.

«Sta a voi stabilire quel che si merita. Quanto a me, anche se mi assolvo dalla colpa, non significa che non avrò una punizione. E da oggi in poi, più nessuna donna, dopo l’esempio di Lucrezia, vivrà nel disonore!».

Così esordisce Lucrezia prima di pugnalarsi, donna romana, sposa di Collatino, dopo essere stata costretta da Sesto Tarquinio a giacere con quest’ultimo.

Andando indietro nel tempo, scavando nella storia, cercando nella mitologia, non è difficile trovare esempi di donne morte per mano degli uomini, cacciate dai maschi dalle proprie terre, mutate in alberi o animali per sfuggire alle mani e ai desideri di dèi innamorati. La storia delle donne del mondo è da sempre una storia travagliata.

Oggi è il 25 Novembre, la Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne. Ma dove affonda le proprie origini la scelta di questa data?

Il 25 novembre 1960, nella Repubblica Domenicana, le sorelle Mirabal, Patria, Minerva e Maria Teresa, tre attiviste politiche, si stavano recando in prigione a trovare i propri mariti. Furono bloccate dal Servizio d’informazione militare, e portate in un luogo nascosto. Dopo essere state stuprate, strangolate, torturate e colpite con dei bastoni, vennero uccise; i loro corpi furono gettati, insieme alla loro macchina, in un precipizio, mettendo così in scena un incidente. Verranno poi ricordate come Les Mariposas, e sarà per onorare il loro ricordo e denunciare la loro morte, che a Bogotà nel 1981 i membri del primo incontro femminista latino-americano e caraibico, scelsero come Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne il 25 Novembre, data che nel 1993 sarà ufficializzata dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite.

Ma andiamo più a fondo, cosa si intende per violenza contro le donne?

Secondo la risoluzione delle Nazioni Unite del dicembre 1999, essa è intesa come “qualsiasi atto di violenza di genere che si traduca o possa provocare danni o sofferenze fisiche, sessuali o psicologiche alle donne, comprese le minacce di tali atti, la coercizione o privazione arbitraria della libertà, sia che avvengano nella vita pubblica che in quella privata”. E sempre nella stessa occasione, è stato riconosciuto che la violenza contro le donne deve necessariamente essere eliminata, che devono essere assolutamente prese delle misure e trovate delle soluzioni per sradicare il problema, perché questo fenomeno ostacola la pace stessa, poiché impedisce l’esistenza dell’uguaglianza, della parità di opportunità e di diritti, ed allontana il progresso.

La violenza contro le donne è dunque, senza dubbio, un fenomeno sociale, ma non solo: è anche un fenomeno culturale ed economico, che ha una logica; è un’impalcatura vecchia di migliaia e centinaia di migliaia di anni, ben radicata nel terreno della nostra società, ma in quanto tale può essere smontata e sradicata, trovando i giusti strumenti. Quando si parla di violenza contro le donne, la prima cosa a cui pensiamo sono forse i casi di femminicidio che ogni pochi giorni macchiano irrevocabilmente la cronaca italiana. Ma il femminicidio rappresenta solo l’apice, il punto più alto di una piramide, la piramide della violenza di genere, costituita da più piani, che hanno alla base elementi come battute sessiste e l’oggettificazione della figura della donna. 

Ma cosa vuol dire questo? Forse che senza ombra di dubbio una battuta porterà all’atto estremo?

No. Ma si tratta di fenomeni, azioni, che fanno parte di uno stesso intricatissimo gomitolo, la cui esistenza si basa su una sbagliata concezione della donna in quanto tale – ma anche dell’uomo in quanto tale. Sono sbagliate le divisioni dei compiti, sono sbagliati i pregiudizi e gli stereotipi. Per smontare qualcosa di così grande è necessario innanzitutto farsi carico del problema, e questo, prima di ogni cosa, è il modo per riuscire a trovare almeno l’estremità del filo del gomitolo. La violenza di genere, assumendo diverse forme, infetta ogni sfera della società: è una violenza fisica, psicologica, sessuale, che comprende stupro, incesto, comportamenti sessuali umilianti e/o dolorosi, aggressioni sessuali, l’obbligo a produrre e vedere materiale pornografico non consenziente; economica, che prevede l’impedimento dell’indipendenza economica, che racchiude l’esperienza di un bambino che assiste a qualsiasi tipo di violenza su una persona di riferimento per quest’ultimo. Ha assunto anche nuovi aspetti, come quelli dello stalking e del revenge porn, che consiste nella condivisione non consensuale di materiale multimediale sessualmente esplicito.

Si tratta quindi di un fenomeno che si dirama in più direzioni, talvolta facendo rumore e dunque risultando più evidente, e talvolta in maniera quasi silenziosa, che rende più difficile il rendersi conto della sua presenza. Ma colpisce tutti, e lo fa con maggiore violenza contro chi parte da una posizione di svantaggio, come per esempio le donne rifugiate o migranti, anziane o che fanno parte di minoranze. Fin dal momento della nascita, la realtà che ci circonda ci incasella in delle categorie, come per esempio il sesso e la religione, ma si tratta di un’assegnazione di cui chi la riceve non è cosciente. È l’assegnazione di questi ruoli e l’esistenza stessa delle categorie che porta alla nascita di quello che noi conosciamo come stereotipo. Ciò è interessantissimo, infatti lo stereotipo nasce da una determinata narrazione, che lo plasma per rendere coerente a sé stessa la realtà che la circonda.

Ma come si eliminano la violenza di genere ed il patriarcato? Questa domanda mi spaventa un po’, se devo essere sincera. Si tratta infatti di fenomeni antichissimi, e dunque radicatissimi. Voglio dire, come è possibile che nell’antichità sia nato il mito delle amazzoni? Da cosa è nata la necessità di raccontare di queste donne guerriere, che vivevano in una società matriarcale? E dove affonda le radici la concezione della donna come strega, che portò alla morte sul rogo di moltissime donne durante il Seicento? La mancanza di una risposta immediata mi spaventa, la consapevolezza che non tutti riconoscono il problema mi spaventa. E mentre però io, come molte altre persone mi sento sopraffatta dalla questione, il silenzio rimane la condanna delle donne disubbidienti, le donne cattive; coloro che decidono di non rimanere in una relazione che non vogliono, coloro che decidono di non sottostare a delle leggi che ne annientano i diritti e l’identità, coloro che decidono di dire no a un appuntamento o a delle avances, coloro che decidono. 

Le cose devono cambiare; se vogliamo una società libera devono cambiare. Il cambiamento deve diffondersi nei luoghi di diffusione del sapere, nei nuclei familiari, sui giornali, nei posti di lavoro, per le strade, deve arrivare dappertutto. Il punto di partenza forse è parlarne, ricordare i nomi di chi muore, a causa di un sistema che non funziona, affidarsi a chi riguardo ciò ne sa più di noi, fare informazione, andare in profondità, spiegare dove e come questa violenza si manifesta, e chi essa colpisce, cioè tutti quanti. Oggi è l’occasione per parlarne e per conoscere, ma lo sarà anche domani, e tutti i giorni a venire. 

Dall’inizio del 2025, l’Osservatorio nazionale di Non Una di meno registra 77 femminicidi, oltre ai 68 tentati femminicidi riportati dalle cronache. La prima pagina parte dal 5 gennaio, e finisce al 27 febbraio, le pagine sono sei. Sei pagine piene di morte, di paura, di terrore, di ingiustizia, ricolme di un fallimento collettivo, di una colpa che pesa troppo su un’intera società perché questa non se ne renda conto. La prima vittima è Elisa Stefania Feru, uccisa il 5/01 dal marito, guardia giurata con la sua arma da fuoco. Aveva 29 anni, ed era un’operatrice socio-sanitaria. Jessica Strappazzolo Custodia de Lima è l’ultima vittima, uccisa il 28/10 all’età di 33 anni, accoltellata dall’ex partner. E questi sono solo due dei casi di femminicidio verificatisi nel 2025. Tutte le donne che sono state uccise, avevano una storia, una famiglia, degli amici, un lavoro, degli interessi; tutto spezzato, tutto mandato in frantumi per mano di qualcun altro. 

Sono 16 i casi preceduti da denunce o segnalazioni per violenza, stalking o persecuzione. Sono 10 i casi in cui figli minori hanno assistito al femminicidio. Queste morti sono una tragedia sociale oltre che personale, è un lutto collettivo, indelebile. La lotta di una è la lotta di tutte, la condanna di una è la condanna di tutte. E il silenzio imposto da un essere umano deve trasformarsi nel grido di tutti. Oggi scendiamo tutte e tutti uniti in piazza per far sentire questo grido, per dare voce alle donne uccise con violenza e crudeltà, morte nella paura. È un dovere di chi c’è fare sì che le loro storie e i loro nomi non siano mai circondati dal silenzio. 

«Quanto più libere saranno le donne, tanto più lo saranno gli uomini. Perché chi rende schiavo è a sua volta schiavo».

Louise Nevelson

A cura di Sofia Riondino

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