Undici settembre 2025. È la mattina del primo giorno di scuola, sono le cinque quando il quattordicenne Paolo Mendico si toglie la vita nella sua cameretta, dopo aver subìto per anni atti di bullismo. Paolo abitava a Latina e quel giorno avrebbe dovuto iniziare il secondo anno di scuola superiore. Già dai tempi della quinta elementare aveva iniziato a subire minacce da parte dei compagni e la situazione si è aggravata alle superiori, quando Paolo ha iniziato ad essere denigrato: lo chiamavano Paoletta o Nino D’Angelo per il suo taglio di capelli ‘insolito’. La preside della scuola, dopo aver saputo dei fatti, aveva promesso ai genitori del ragazzo che avrebbe convocato un consiglio d’Istituto straordinario: questo consiglio non si terrà mai e Paolo continuerà a soffrire in silenzio, pregando i genitori di non lasciarlo andare a scuola. Al suo funerale, su dodici compagni di classe, se ne presenterà solo uno.
Paolo non è l’unico ragazzo ad aver preso questa tragica decisione: possiamo ricordare Andrea Spezzacatena – alla cui storia è ispirato anche il celebre film “Il ragazzo dai pantaloni rosa” -, Carolina Picchio e tanti altri. Troppo spesso si sente parlare di adolescenti che compiono “l’estremo gesto”, ragazzi che hanno vissuto le ultime ore della loro vita nella solitudine, nei tormenti e nella mancanza di ascolto. Il suicidio tra i giovani è uno dei problemi principali della nostra società, dove il disagio psicologico prevale e dove questa tragedia resta la seconda causa di morte nella fascia d’età compresa tra i 15 e i 29 anni. Secondo l’OMS, in Italia si registrano ogni anno 4.000 suicidi, circa 11 al giorno. Una cifra drammatica, che molti esperti collegano anche agli effetti della pandemia: isolamento, paura e difficoltà di reinserimento nella vita sociale; a tutto questo si aggiungono la pressione scolastica, il bullismo, il revenge porn e soprattutto i social network, dove ogni giorno mettiamo a confronto la nostra vita con quella altrui.
Viviamo in un mondo dove bisogna essere forti e sicuri di sé per rispecchiare l’ideale della società, un mondo dove chiedere aiuto è segno di debolezza. E così, tanti, troppi ragazzi finiscono per chiudersi in sé stessi, tenendo all’oscuro le proprie sofferenze e imparando a sorridere anche quando dentro combattono tempeste silenziose. Si deve imparare a non prendere come vero e giusto tutto ciò che vediamo sui social media. Impariamo a essere noi stessi e, soprattutto, a lasciare agli altri la libertà di esprimersi e di essere chi vogliono, senza giudicare. Dietro a un sorriso e qualche battuta può nascondersi una richiesta di aiuto, che deve essere ascoltata, sempre. Per questo è fondamentale imparare ad ascoltare: genitori, insegnanti, amici – tutti dobbiamo cercare di essere più disponibili, più presenti, più umani. Parlare di suicidio non significa diffondere paura, ma creare consapevolezza. Perché il silenzio uccide più del dolore. Ed è complice. Se stai affrontando o conosci qualcuno che sta passando un momento difficile chiama il Telefono Amico (02 2327 2327).
Ricorda: non sei mai solo/a.
A cura di Sibilla Corti