Nella notte tra il 16 e il 17 ottobre, Sigfrido Ranucci, giornalista d’inchiesta e conduttore del programma televisivo Report, si è trovato coinvolto in un attentato, un ulteriore atto intimidatorio da aggiungere alla lista. Infatti è dal 2009 – momento in cui la famiglia Ercolano prese la decisione di tenerlo sott’occhio, dopo che ebbe rilasciata la sua inchiesta a proposito di una cava di sabbia in Sicilia, gestita dalla cosca catanese – che il giornalista vive sotto protezione, la quale è stata intensificata nel 2021 in seguito allo smascheramento di un progetto di omicidio nei suoi riguardi, il cui mandante sembrerebbe essere membro di un cartello messicano legato a Pablo Escobar, e che avrebbe richiesto altresì la collaborazione di alcune famiglie ‘ndranghetiste e appartenti a frange dell’estrema destra. Le più recenti, escluso l’attentato di pochi giorni fa, risalgono a novembre 2024: dapprima assieme alla redazione di Report è stato minacciato per aver mandato in onda un servizio sulla questione israelo-palestinese; in seguito sono stati ritrovati due bossoli fuori dalla sua abitazione; infine sono stati segnalati dagli agenti della sua scorta dei soggetti che lo stavano pedinando.
Tuttavia non si annoverano, in questa infinita lista, soltanto minacce rivoltegli da ambienti malavitosi tramite modi esplicitamente brutali, ma anche, e soprattutto, dalla classe politica italiana, senza distinzioni tra fazioni partitiche. Ad esempio: a 178 ammontano le querelle da parte di Ignazio La Russa, il quale ha a più riprese usufruito di epiteti poco garbati per esprimere il proprio disgusto nei confronti suoi e del suo operato; poi da Fratelli d’Italia e, meno recentemente, persino da Matteo Renzi.
Siamo di fronte ad una mera inosservanza di uno dei principî base della democrazia occidentale e della nostra Costituzione, ossia la libertà di stampa e di espressione (sancita dall’art. 21), dal momento che, ogni qual volta vengono rilasciate inchieste atte a puntare i riflettori sugli oscuri e tetri retroscena dei partiti – di cui intenzionalmente vengono tenuti all’oscuro gli elettori, perché essi non perdano fiducia nel partito e non mutino opinione su di esso –, si ricorre alla querella per difendersi e, in un certo qual modo, contrattaccare chi ha osato sfidare il potere.
E non è il caso solamente di Report, ma anche di Fanpage.it: infatti, in seguito alla pubblicazione dell’inchiesta su Gioventù Nazionale, è stato accusato di aver utilizzato un «metodo da regime» dalla presidente del Consiglio Giorgia Meloni, tentando di far perdere invano credibilità all’inchiesta e, dunque, dimostrando ancora una volta quanto il giornalismo degno di esser definito tale, il giornalismo che rifiuta di piegarsi alla volontà dei governi, sia di intralcio.
Al netto di tutto ciò, adesso più che mai è necessario rivendicare il diritto di libertà di stampa e di espressione, poiché le derive verso cui si sta dirigendo questa democrazia non fanno ben sperare.
A cura di Pietro Benelli